Un uomo che valuta

 

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Un uomo che valuta

Un homme qui évalue
Une journée imaginaire dans la vie d’un chercheur précaire

Evaluation

Immagina di vivere in un mondo in cui la valutazione è dappertutto. Sei in una città europea, ma potresti anche essere negli Stati Uniti, l’importante è che tu sia da qualche parte in Occidente, in uno Stato cosiddetto liberale, e che tu sia là in questi anni, in questi giorni. Immagina di essere in Italia, a Milano, a Roma, oppure – perché no ? – a Trieste. Ma potresti anche essere in Francia, immagina, per esempio, di essere a Parigi. Sei uno dei tantissimi italiani che vivono a Parigi, che cercano lavoro, che trovano lavoro, che perdono il lavoro. Magari sei un cosiddetto lavoratore cognitivo – statuto che non si riesce mai a definire esattamente, eppure tutti sanno che cos’è –, hai fatto un dottorato, potresti persino averne fatti due – no, non è il tuo caso –, però hai fatto più di un post-doc. Immagina di svegliarti la mattina nel tuo appartamento e di dividere la tua giornata in due : di mattina studi e scrivi per trovare un’altra borsa di ricerca, di pomeriggio cerchi un lavoro qualsiasi, senza sapere esattamente quale, magari un boulot alimentaire – come dicono in Francia –, un lavoro tanto per campare, o forse no, cerchi il lavoro della vita, cerchi una svolta. Comunque sia, immagina di vivere in un mondo in cui la valutazione è dappertutto.

Già, perché di mattina, quando studi e scrivi e fai progetti per trovare una borsa di ricerca, hai costantemente a che fare con i meccanismi di valutazione che devono vagliare, discriminare, selezionare, gerarchizzare quei progetti. Meccanismi, macchine, dispostivi, apparati, congegni, procedure, processi, sistemi, metodi, norme – pensi. Sai che la domanda che hai presentato per una certa borsa è la numero tremilacinquecentoeccetera, sai che a ogni domanda corrispondono due lettere di raccomandazione scritte da autorevoli personalità scientifiche che valutano le qualità del candidato come eccellenti, non comuni, pregevoli, assolutamente rimarchevoli, sai che a tremilacinquecentoeccetera progetti – ma forse sono di meno, forse non tutti coloro che hanno attivato la procedura on-line per candidarsi e hanno ricevuto un numero di serie hanno poi portato a termine la domanda, poniamo che siano meno della metà, cioè millecinquecentoeccetera –, quindi sai che a millecinquecentoeccetera progetti corrispondono tremilaeccetera lettere di raccomandazione. Capisci che esiste una produzione su scala industriale di queste lettere e supponi che ci siano autorevoli personalità scientifiche che passano buona parte del loro tempo, quando la scadenza per la presentazione della domanda per una borsa si avvicina, a scrivere lettere di presentazione per persone che forse conoscono appena. Ti passa persino per la testa di intraprendere un’attività imprenditoriale di produzione di lettere di presentazione conto terzi, ci ridi sopra e trasferisci il balzano progetto nella seconda parte della giornata, quella in cui ti dedichi alla ricerca di un lavoro. Immagina di conoscere bene i meccanismi, i dispositivi, le procedure di valutazione dei progetti, perché ti è capitato, nel tuo piccolo, di prendervi parte come valutatore, e quindi sai bene che cosa significa effettuare una valutazione formalizzata attraverso un processo di double-blind peer review. Ti chiedi come faranno i valutatori a gestire una tale mole di progetti da valutare in tempi brevi, essendo – anche questo lo sai – la qualità media dei progetti molto alta, e ti rispondi che, in assenza di una macchina informatica in grado di gestire contemporaneamente l’aspetto oggettivo e soggettivo della valutazione, saranno la sorte e i rapporti di forza accademici a fare selezione.

Capisci che le borse che hai vinto fino a oggi le hai vinte grazie all’orrido e immorale caso – la fortuna di imbattersi in un referee favorevole, per esempio – e non tanto perché un gioco di valutazioni incrociate abbia reso infine giustizia al tuo merito. Immagina di chiederti il motivo di tale immane sforzo di valutazione e di altrettanto gigantismo burocratico, se è vero che l’elemento del caso, l’al di là del bene e del male che la buona valutazione – quella giusta – dovrebbe scacciare, finisce sempre per rientrare della finestra. Ti viene in mente di aver letto un libro di Béatrice Hibou che si intitola La bureaucratisation du monde à l’ère néolibérale, che ti ha indicato nella burocratizzazione della politica, della pubblica amministrazione e della vita quotidiana il correlato di un governo neoliberale, e così non riesci a fare a meno di mettere in fila, in un catalogo infinito, tutte le pratiche burocratiche e di valutazione in cui sei coinvolto in questo esatto momento : ti sei iscritto al collocamento, hai chiesto il reddito minimo, stai cercando un altro appartamento in affitto, devi rinnovare la domanda di iscrizione alla biblioteca nazionale, hai aperto un conto in banca, stai per chiedere l’assicurazione sanitaria, hai inviato un articolo a una rivista, ti sei candidato per alcune borse di ricerca, ti sei candidato per diversi posti di lavoro – per ognuna di queste cose hai dovuto presentare un nutrito dossier pronto per un’attenta attività di valutazione. Ognuna di queste pratiche, presa singolarmente, è necessaria, è opportuna, quasi scontata, non c’è dubbio ! – pensi –, ma all’improvviso le consideri come un insieme, le immagini come un complesso non privo di un’involontaria coerenza. Senza contare il numero di questionari di valutazione che compili quando usufruisci di servizi su internet o per telefono, e d’un tratto ti ricordi anche i questionari che hai somministrato agli studenti dell’università, quelli che hai compilato quando hai seguito dei corsi come allievo, gli infiniti questionari di valutazione che gestivi quando lavoravi in un’azienda e avevi a che fare con il suo sistema qualità ISOqualchecosa. Ti ricordi la fine che facevano quei questionari, ti ricordi gli aggiustamenti, i piccoli trucchi per far combaciare le cose, per evitare problemi, per adempiere gli innumerevoli obblighi imposti dal sistema. Ti ricordi le statistiche che ne seguivano, e i loro usi propagandistici. Ti ricordi pure di aver letto, una volta, un manuale di management dedicato alle pratiche di valutazione del lavoro, un volume collettivo, e ricordi che uno degli autori, in uno slancio di franchezza, confessava che tali pratiche si rivelano, in fondo, inefficaci dal punto di vista del raggiungimento degli obiettivi che esse stesse si pongono. E tuttavia – diceva – vanno messe in opera, perché creano un clima di giustizia organizzativa, senza il quale, al giorno d’oggi, non è possibile motivare le persone. Quindi ripensi al libro di Béatrice Hibou sulla « burocratizzazione del mondo » e constati che risuona con la tua esperienza quotidiana. Comprendi che valutazione e burocrazia sono come due specchi contrapposti, e che quando si afferma la necessità di smontare i moloch burocratici del passato, della scienza dell’amministrazione del Novecento, in nome della flessibilità, beninteso, dell’appiattimento delle gerarchie, dell’empowerment, della « proattività », della presa di iniziativa individuale, della responsabilità, della creatività, allora un nuovo sistema (post)burocratico si disegna sullo sfondo di questi discorsi, e « valutazione » è il nome che più gli corrisponde. Stai immaginando di vivere in un mondo in cui la valutazione è dappertutto. Poi ti ricordi di aver studiato Michel Foucault e che in Italia è uscito un libro sulla cultura della valutazione che si intitola significativamente Valutare e punire, l’autrice si chiama Valeria Pinto. Immagina di procurarti quel libro, sai che un tuo amico italiano lo possiede, te lo presta, ecco, immagina di averlo già letto. Attraverso quel libro scopri una letteratura critica sul tema della valutazione che non conoscevi, e che ti parla di « audit society » o « evaluative society », di « inspection age », che ti parla della valutazione come tecnologia di governo, come modo di esistenza dello stato neoliberale. Allora vai a rivedere un libro di Foucault che si intitola Nascita della biopolitica, immagina di andare a recuperarlo nella pila di libri che hai accatastato sulla scrivania e di individuare quasi subito le pagine che ti interessano, pagine che, a suo tempo, avevi appuntato e sottolineato, pagine che ora rileggi quasi con una certa agitazione. Immagina di immaginarti di spiegare a un pubblico quello che stai leggendo, come se fossi in classe o in aula, perché è questo che fai sempre quando cerchi di fissare dei concetti o di chiarirli a te stesso. Così immagini, senza nemmeno rendertene conto, di fare una lezione in cui riassumi alcuni aspetti delle analisi del neoliberalismo condotte da Foucault in Nascita della biopolitica, che poi è l’edizione del corso che Foucault tenne al Collège de France nel 1979. « Ecco, vedete » – ti ritrovi a sussurrare in un’aula immaginaria – « Foucault, nel 1979, proseguirà la propria ricerca intorno alla razionalità di governo liberale e neoliberale come quadro di intelligibilità della biopolitica, insistendo ancora una volta sul venir meno delle tecnologie disciplinari in quanto cifra o forma egemone dell’esercizio del potere nelle società occidentali. La governamentalità dei nostri giorni, e forse anche quella a venire, si effettua per lo più a livello di una “tecnologia ambientale” che opera intorno agli individui, all’interno dei loro campi di “gioco”, arretrando in modo massiccio rispetto alla “tecnologia umana” dei sistemi normativo-disciplinari ». Stai dicendo che, secondo Foucault, il neoliberalismo sarebbe un’arte di governo che cede sul piano della disciplina che investe i corpi individuali per agire piuttosto sull’ambiente in cui « giocano » gli individui, modificandone le variabili. L’homo œconomicus teorizzato dai campioni del neoliberalismo americano è colui che risponde in modo sistematico alle modificazioni introdotte nell’ambiente : per governarlo non resta che lasciarlo fare, lasciarlo giocare, e intervenire sugli ambienti in cui si muove. Immagini una specie di governo indiretto e a distanza, che non può toccare gli individui se non per il tramite di un ambiente minuziosamente regolato, e immagini di essere libero, tu stesso, come un pezzo degli scacchi in una partita in stallo. Ma anche queste realtà ambientali, come i modelli antropologici liberali, non sono nulla di naturale – ti dici. Gli ambienti vanno creati, inventati e portati a un livello di realtà tale da poter funzionare come media di governo – sussurri nella tua aula immaginaria. Foucault le chiama « realtà di transazione », queste realtà ambientali che servono a governare, questi « correlati » della governamentalità – e te li immagini come degli oggetti, dei punti di presa, diafani e spettrali nella consistenza, solidissimi e reali negli effetti –, come la « società civile », la « sessualità », la « follia », dice Foucault. All’improvviso ti ritrovi in un mondo in cui i corpi sono mossi senza sosta da enti disincarnati che pure hanno la forza di dirigere le condotte, di muovere i gesti, di regolare i comportamenti, a cominciare dalla realtà di transazione più antica, l’anima – « prigione del corpo », vecchia storia –, fino a quelle più moderne e contemporanee : mercato, mercato del lavoro, economia della conoscenza, meritocrazia – pensi. Immagini di vivere in un mondo in cui la valutazione è dappertutto, perché la valutazione – ti dici – è una tecnologia ambientale di governo, un modo di « organizzare la libertà » – scrive Valeria Pinto. A partire dall’esperienza della valutazione, ti ritrovi intrappolato nel paradosso che Foucault pone al cuore della governamentalità liberale : governare attraverso la libertà, attraverso la produzione e il consumo di libertà. Immagina di vedere sfumare le distinzioni fra libertà e obbedienza, di vedere confondersi le frontiere fra « assoggettamento » e « soggettivazione », di averne persino abbastanza di queste fruste parole filosofiche. Allora precipiti al suolo di quello che stai facendo qui e ora e ti ritrovi bruscamente nel piccolo mondo di valutazioni accademiche in cui passi le mattinate. Immagina di esaminare con grande solerzia la funzione che ogni nodo, in questa trama di valutazioni, esercita rispetto ai comportamenti, ai gesti, alle condotte, alle forme di vita che riguardano te e i tuoi « simili ». Non cerchi dei rapporti di causa ed effetto fra pratiche di valutazione e formazione della mentalità di ogni individuo, cerchi piuttosto qualcosa come una combinatoria da descrivere ex post, a partire dai suoi effetti. Cerchi di farti un’immagine, pur piccola e tascabile, dell’operatività concreta di una tecnologia ambientale di governo. Provi ad abbozzare una mappa delle pratiche di autoregolazione di sé all’epoca della valutazione di tutti e di ciascuno, dentro l’economia della conoscenza, per vedere come un ambiente strutturato dalle pratiche di valutazione produca e organizzi la libertà degli individui che vi sono coinvolti. Pensi alla valutazione dei candidati all’Abilitazione scientifica nazionale, in Italia, pensi alle « mediane », alla classificazione delle riviste scientifiche, ai giudizi espressi dalle commissioni su ogni candidato e visibili in rete, e incroci tutto questo con le procedure di knowledge assessment che governano l’economia della conoscenza a partire dalle istituzioni europee. Ti fai un’immagine della figura di studioso che le pratiche di valutazione – le loro attese e i loro esiti – disegnano, e così ti immagini una figura, o meglio, un « profilo » che è quello di uno strenuo produttore di pubblicazioni scientifiche valutabili – e ti ritornano in mente le mail che hai ricevuto all’epoca della prima tornata di abilitazioni da parte di sedicenti editori scientifici : « gentile ricercatore, ci consegni il suo manoscritto in formato Word, entro pochi giorni andremo in stampa… », oppure ti ricordi di esserti imbattuto pure nell’arte di spezzare libri già pubblicati in una serie di altri libri che non andranno mai in commercio ma che, in quanto dotati di codice isbn, saranno comunque conteggiabili come pubblicazioni distinte. Un « doping di pubblicazioni », leggi nel libro di Valeria Pinto. Libri, articoli, saggi che difficilmente qualcuno leggerà, forse nemmeno i valutatori. Ti chiedi che ne è oggi dell’idea di « pubblico » e della sua relazione con il gesto della scrittura. Chi scrive, per chi lo fa ? Ti chiedi anche quali effetti produca sul piano della scrittura e dei suoi stili, dei suoi generi, delle sue forme questa corsa forsennata verso la solidificazione di ogni discorso teorico, critico, politico in oggetti scientifici valutabili, ti chiedi se resti qualcosa dell’elemento estetico della scrittura, come dei suoi inciampi, dei suoi paradossi, delle trasformazioni e degli abissi che essa impone al lavoro del pensiero. Immagini ancora quella figura di studioso – quel profilo – e vedi una silhouette dai contorni definiti, percepisci persino in te stesso il desiderio di coincidere con quella silhouette netta, chiara, piena compatta, coerente in tutte le sue parti : ogni eventuale elemento di « schizofrenia », o anche solo di eclettismo, è un evidente segno di immaturità scientifica. E poi pensi alle pratiche che l’autocostruzione di un profilo scientifico spendibile nel mercato della valutazione favorisce e sollecita. Ti ricordi una tua collega francese – stanca, estenuata – che una volta ti ha raccontato la sua vita da « Robin Hood » alla rovescia : « quando voglio organizzare un convegno internazionale – ti diceva – fisso una quota di partecipazione per i ricercatori giovani e sconosciuti, quelli che non contano nulla e che devono farsi un nome e una visibilità, e con i soldi che ricevo da loro pago le spese e i compensi per i keynote speakers, quelli importanti, con i quali devo tessere relazioni e fare “campagna elettorale” », « oppure – continuava –, se devo curare l’edizione inglese di un volume collettivo, in modo da aggiungere una riga “pesante” al mio cv, ma mi mancano i soldi per le traduzioni dei testi, allora faccio una call for translation e sfrutto il lavoro gratuito di chi ha bisogno di alimentare il proprio curriculum con una traduzione ». Immagini di vivere in un mondo in cui la valutazione è dappertutto, e immagini che questo mondo sia popolato da « asceti della performance » – come dice uno studioso di management francese – e da micro-sfruttatori del lavoro altrui, e vedi bene, nella tua immaginazione, come queste figure si confondano nei medesimi individui, transitino continuamente attraverso di loro, e costituiscano la variante intellettuale della libera impresa di sé al tempo della valutazione come tecnologia di governo. Pensi che molto si possa dire delle figure antropologiche che ti stai immaginando ma non che siano figure dell’obbligo o della coercizione, e nemmeno della servitù volontaria : nessuno è obbligato a fare quello che fa, in questo piccolo mondo libero e in overdose di pubblicazioni, saturo di discorso e punteggiato da continue prese di parola. Allora immagini altre mosse, perché capisci che per rendere inoffensivo il discorso esiste la censura ma esiste anche la sua proliferazione infinita ancorché disciplinata, come un continuo, sordo, ordinato brusio, e immagini di creare zone di silenzio e di ascolto come se fossero pratiche di sciopero, pensi a quel « divenire impercettibile » di cui parlavano Gilles Deleuze e Felix Guattari e di cui solo ora ti sembra di iniziare a capire qualcosa, immagini che quel « coraggio della verità » di cui ci si è riempiti la bocca nel tuo ambiente in questi ultimi anni possa avere a che fare più con una messa in sospensione del discorso che con l’ennesima presa di parola, ma hai già immaginato troppo, e la tua mattinata ormai è finita.

Immagina che ora sia pomeriggio, cioè la parte della giornata in cui devi cercare un lavoro che ti dia un salario, una fonte di reddito. Ti sei iscritto al collocamento, non ti hanno aiutato. Però ti hanno proposto di frequentare un atelier sulla creazione di impresa. Immagina di esserci andato : hai trovato consulenti seri e molto motivati, pronti ad accompagnarti nel tuo percorso imprenditoriale. Solo che tu non hai un progetto, lo devi ancora immaginare. Ti hanno riempito di informazioni, hai scoperto che in Francia esiste lo statuto di auto-imprenditore, che non è come la Partita Iva italiana, è una posizione che puoi aprire immediatamente in rete, è attiva da subito, se lavori, allora fatturi e paghi le tasse, se non lavori, non fatturi e non le paghi. Se non funziona, come l’hai aperta così la puoi chiudere. Quelli del collocamento ne sono entusiasti, consigliano a tutti di diventare auto-entrepreneurs. Immagina che proprio il giorno dopo una delle scuole di lingue alle quali ti sei proposto come insegnante di italiano ti risponderà – sarà l’unica a farlo – chiedendoti se sei disponibile ad assumere lo statuto di auto-imprenditore per l’insegnamento dell’italiano. Todos caballeros, ovvero tutti imprenditori – ti dirai. Ma non ti stupisci, perché conosci bene quel libro là, quello di Foucault, il corso al Collège de France del 1979, sempre quello. È quel libro che ti ha insegnato che lo sforzo utopico neoliberale coincide con la trasformazione della società in una società di unità-imprese, con la « demoltiplicazione » della forma-impresa come forma della soggettività. È stato quel libro, insieme a tutta una letteratura che si è sviluppata a partire da lì, a spiegarti che l’onnipresenza della formula « capitale umano » – mirabile invenzione della Scuola di Chicago – nel discorso pubblico, politico, economico significa « ognuno imprenditore di se stesso », ognuno impegnato a valorizzare quel capitale costituito dall’insieme delle proprie capacità, competenze, attitudini fisiche e psicologiche. Se la materia di cui è fatta la vita – immagini – deve essere gestita come capitale, quale forma deve assumere quella vita – la tua –, se non la forma dell’impresa ? Che l’impresa sia un’altra realtà di transazione – astratta, ineffabile, concretissima ? Ti viene da ridere, perché immagini di vedere ovunque realtà di transazione e superfici di attacco per una  e ti chiedi a quale livello di paranoia tu stia arrivando. Però – pensi –, Foucault ci ha insegnato, attraverso libri comeSorvegliare e punire e corsi al Collège de France come Il potere psichiatrico, che la posta in gioco del potere disciplinare, del potere che si esercita sulla vita, è di produrre un’anima intorno al corpo, di dare forma di anima – un’anima visibile e « autentica » – a un corpo ; un corpo che di per sé non è certo bruta sostanza biologica, passività in attesa di impressione, ma « corpo utopico », visibile e invisibile, aperto e chiuso, misterioso e trasparente, fucina permanente di forme possibili, fame e sete di soggettivazioni – ecco stai di nuovo immaginando di fare una lezioncina. Allora immagini di chiederti : come si fa a trasformare una vita in capitale umano ? E immagini di risponderti : modellando quella realtà di transazione che si chiama anima – la nietzschiana prigione del corpo – sulla forma dell’impresa. E come si fa ? – ti chiedi ancora. E che cosa c’entra la valutazione come tecnologia di governo ? Immagina di trovare la risposta in quello che stai facendo questo pomeriggio per cercare lavoro : curriculum e lettera di motivazione, curriculum e lettera di motivazione, curriculum e lettera di motivazione. Immagina di scrivere e riscrivere molte versioni del tuo curriculum e altrettante – anzi, ben di più – lettere di motivazione : dipende dal destinatario della tua candidatura, da chi valuterà il tuo dossier, dal tipo di impiego che stai « postulando », per usare un calco del termine francese che si usa per indicare la richiesta di lavoro e che trasmette molto bene la disposizione d’animo del demandeur d’emploi. Antica invenzione, il curriculum vitae. Ti sembra di aver letto che risalga alla fine dell’ottocento, che sia una pratica nata in ambito militare, come quasi sempre accade per le procedure di reclutamento e assunzione. Immagini però che tuo padre e tua madre non abbiano mai scritto un curriculum in vita loro, o forse una volta appena in tutta la loro esistenza di lavoratori attivi, e immagini bene. Invece tu, che speri di non essere nemmeno alla metà della tua vita, ne hai già scritti, diffusi e fatti esaminare a centinaia, forse se li sommi tutti superi il migliaio, e per un momento ti immagini come una stramba creatura ibrida, a metà fra la macchina e il vivente, che continuamente si sdoppia, si osserva, si contempla, si sorveglia, si governa – e fin qui tutto normale, pensi, è il movimento della coscienza, è il gioco delle istanze psichiche, è la condanna alla trascendenza dell’« animale che parla » –, e che però iscrive tutto questo nella struttura di un curriculum ; come le stampanti di una volta, quelle che vomitavano fogli infiniti e traforati, così tu non smetti di srotolare davanti a te stesso la tua vita, i tuoi gesti, le tue scelte, in forma di cv. Ti domandi se la tua immaginazione non stia esagerando, e ti rispondi chiedendoti quante volte, nella tua vita, tu abbia regolato le tue esperienze e le tue scelte in base alla loro pertinenza a un curriculum e alla loro capacità di aggiungervi una riga, quante volte tu abbia consegnato a quel curriculum, o alla sua idea, al suo fantasma, il potere di decidere sulla tua esistenza. Immagina che siano state tante, eppure troppo poche, infatti ne paghi le conseguenze, infatti, per l’ennesima volta, stai « postulando » un lavoro. Immagina di mentire almeno un po’, sia quando redigi il tuo curriculum, sia quando, attraverso la lettera di motivazione, lo spieghi, lo giustifichi, lo compatti, ne riempi i buchi. Immagina di non riuscire a coincidere con l’immagine vetrificata che dai di te stesso, di sfalsarla, ma pure di inseguirla, quell’immagine, e quel senso di coerenza, di pienezza, di lucidità che ne tiene insieme gli elementi, come se tu fossi sempre in ritardo sulla tua vita (sbirci la pila dei tuoi libri : comme si tu étais en retard sur la vie – ti suggerisce maliziosamente il dorso di un libricino di René Char). Immagina di inseguire quell’immagine come si insegue l’illusione dello specchio, con la sua capacità di solidificazione immaginaria, di « richiudere su di sé e nascondere per un momento l’utopia profonda e sovrana del nostro corpo », come ha detto una volta Foucault in una conferenza radiofonica del 1966. Il curriculum, specchio dell’anima. Per quanto tu menta, per quanto tu sia votato a una filosofica malafede, per quanto tu faccia professione di ironica distanza rispetto ai tuoi stessi sforzi di renderti oggetto appetibile sul mercato dei lavori, tu sai bene quanto sia importante modellizzare la tua storia all’interno di un profilo specifico, coerente, lineare, progressivo, disciplinato – e questo ti riporta, peraltro, alle pratiche di valutazione accademiche di questa mattina –, e perciò lo fai, e temi sempre di non farlo abbastanza. Pensi che bisognerà studiare, prima o poi, questo « gioco di verità » su di sé che si chiama curriculum vitae, e gli effetti collaterali di soggetto che si producono all’interno del gesto, continuamente rilanciato, di scrittura e riscrittura dell’immagine di sé. Intanto, immagini di vivere in un mondo in cui la (auto)valutazione è dappertutto. E, d’altronde, ti rendi conto che le pratiche di autovalutazione e autogoverno finalizzate all’accaparramento di una risorsa scarsa (il lavoro/reddito) in un mercato iper-competitivo sono codificate, istituite e validate all’interno delle stesse organizzazioni aziendali presso le quali ti candidi. Immagina, nfatti, di aver letto qualche manuale di management delle risorse umane, per provare a entrare nel mondo in cui vive chi ti valuta, oppure immagina di aver lavorato in quell’ambito, o nel campo della formazione continua, quella finanziata dalle istituzioni europee, quella che ha per obiettivo, come si dice in tutti i documenti ufficiali, la valorizzazione e lo sviluppo del capitale umano. Del resto, hai una formazione umanistica e se vuoi lavorare in un’azienda non puoi che entrare dalla porta delle risorse umane, come tutti i luoghi comuni sulla « occupabilità » degli « umanisti » ti insegnano. Questi manuali, queste esperienze, ti ripetono che il mondo è cambiato, il lavoro si è trasformato, e il bel mondo di Brecht, come diceva già Pasolini, non esiste più. Oh, che novità – ti dici : è da quando andavi a scuola che senti cantare la canzone della globalizzazione e della flessibilità, quella che annuncia che il conflitto non è più fra capitale e lavoro ma fra chi ha il coraggio di cavalcare la tigre del cambiamento e i rottami reazionari che vi si oppongono. In questo mondo nuovo – hai scoperto – i contratti giuridici che regolano i rapporti di lavoro sono inutili orpelli che irrigidiscono e appesantiscono le organizzazioni, che invece devono essere snelle e duttili, in grado di vibrare come un’ancia al soffio irregolare dei mercati. Un altro tipo di normatività deve intervenire a regolare il rapporto di lavoro – pardon, pensi : di collaborazione –, una normatività di tipo psicologico. Si dice « contratto psicologico », infatti, e si intende uno scambio di promesse che nel contratto giuridico non si può scrivere, o non si può scrivere del tutto. Questo è ciò che hai imparato. Ieri, il contratto psicologico era fatto di assoggettamento contro salario, di dedizione in cambio di impiego stabile ; oggi, è fatto di motivazione, implicazione, identificazione con l’impresa all’interno di un rapporto di lavoro volatile come un gas. Capitale e lavoro : immagini il due che diventa uno, e non certo perché la solida fatica del lavoro subordinato e comandato si disperda finalmente in una società di produttori liberi e indipendenti, ma perché – immagini – ciascuno diviene particella imperfetta che partecipa di una quasi-platonica idea imprenditoriale, ciascuno docile fibra di quell’universo che si chiama impresa. « Identificazione organizzativa » : immagina di aver appreso che questa nozione è una nozione decisiva nelle pratiche manageriali contemporanee. È l’identificazione con l’impresa che spinge le persone verso una postura proattiva e auto-imprenditoriale, che promuove il « commitment » e favorisce la stipula del contratto psicologico, in aziende in cui i subordinati sono collaboratori, la parola « controllo » si accompagna costantemente al prefisso « auto », e le persone devono fare appello alla propria personalità, più che alla gerarchia aziendale, per raggiungere gli obiettivi dell’organizzazione – come hai letto in un libro di management dedicato proprio all’identificazione organizzativa. Immagina di chiederti quanto tutto questo ti riguardi, o riguardi piuttosto un ristretto mondo di « quadri », immagina di chiederti quanto questi discorsi girino a vuoto su loro stessi o quanto trapassino in ciò che i filosofi chiamavano Zeitgeist, lo spirito del tempo. Immagina di ricordarti di quando lavoravi nella formazione continua e ti trovavi a organizzare corsi obbligatori di comunicazione e team working, gestione dello stress, creazione di impresa, tecniche di leadership ecc. per apprendisti commessi, tornitori, fresatori, addetti alle macchine a controllo numerico, elettricisti, idraulici ecc. ; immagina di ricordarti di quando, tempo fa, hai fatto un colloquio di gruppo per un posto di commesso in un supermercato e hai partecipato a un role playing in cui si trattava di decidere tutti insieme, attraverso un brain storming, quali sono le dieci qualità che definiscono un autentico leader al giorno d’oggi ; immagina di ricordarti che, colto alla sprovvista, hai fatto scena muta e infatti non hai avuto il posto ; immagina di prendere atto che il linguaggio manageriale di cui hai fatto esperienza nei libri sia lo stesso linguaggio che ritrovi nei documenti del Fondo Sociale Europeo e nella maggior parte del discorso politico che riguarda il lavoro, la scuola e l’università ; immagina di pensare che il confine fra le pratiche manageriali e ciò che dovrebbe stare loro di fronte, accanto o altrove sia un confine mobile e poroso, che forse non esiste nemmeno, e immagina di ipotizzare che gli stessi discorsi manageriali non siano altro che la codificazione momentanea di una tecnica di governo che, dal basso, li eccede, li sostiene e li fa funzionare. E siccome stai immaginando di vivere in un mondo in cui la valutazione è dappertutto, ti ricordi pure di aver letto nella letteratura manageriale che le pratiche di valutazione del lavoro, della performance, del potenziale della risorsa umana, hanno a che fare con la costruzione dell’« immagine di sé » – proprio così, dell’immagine di sé –, con la rappresentazione della propria personalità, della propria identità e del proprio ruolo sociale. Uno psicologo del lavoro francese, che si chiama Claude Lévy-Leboyer, ti ha insegnato che la costruzione dell’immagine di sé è la vera posta in gioco delle pratiche di valutazione del lavoro : ciò che consente alla risorsa umana di conoscere se stessa, di soddisfare l’« appetito di sapere » che la concerne, di accrescere la lucidità, la qualità e la pertinenza della propria immagine per potersi infine manifestare a se stessa, e per potersi trasformare, sviluppare, potenziare. Contemporaneamente, la valutazione delle risorse umane fornisce all’azienda una descrizione esatta dell’individuo, ne bracca la « verità », ne verifica la compatibilità con l’organizzazione, ne mappa il « potenziale umano » e traccia le linee del suo possibile sviluppo, consente di prevederne i comportamenti. Impari che la costruzione dell’immagine di sé è un elemento di quel contratto psicologico che sigla la corrispondenza di amorosi sensi fra l’individuo e l’impresa, è un elemento della retribuzione, a volte l’elemento principale, talora l’unico : lavora per me e ti dirò che sei. E ciò che puoi diventare. Ti chiedi quale forma prenda questa ennesima declinazione del « supplemento d’anima » che l’immagine di sé – come uno specchio – è in grado di secernere, e ti rendi conto che tutto ruota intorno al concetto di « competenza ». Immagini la tua stessa immagine – ciò che rincorri dal mattino al pomeriggio mentre insegui un lavoro – ed essa ti appare come una cartografia delle tue competenze, trasparente e accessibile alla coscienza, in grado di potenziare ciò che in una certa psicologia si chiama « autoefficacia ». Immagini te stesso come una costellazione di competenze che occorre conoscere, aggiornare, valorizzare, sviluppare, e sulle quali occorre investire. Le competenze : l’unica cosa che puoi diagnosticare e cambiare, quando la personalità resiste indefessa ai cambiamenti e l’inconscio – posto che tu ne abbia uno – sfugge per definizione al controllo del soggetto sovrano che vorresti essere. Le competenze : l’unica cosa che puoi gestire come se tu fossi il manager di te stesso. Stai cominciando a capire come, attraverso l’autentificazione di sé in quanto aggregato di competenze valutabili e traducibili in curriculum, si trasforma una vita – la tua – in capitale umano. Il curriculum, specchio dell’anima che si fa impresa.

È quasi sera, il tuo pomeriggio di ricerca di lavoro ormai è finito. Immagina di spegnere il computer con gli occhi lucidi di stanchezza, anche se non hai fatto nulla fuorché immaginare. Hai capito che la valutazione è quella tecnica di governo che tiene insieme le tue mattine e i tuoi pomeriggi, perché essa organizza – materiale e incorporea – gli ambienti in cui ti muovi, perché essa è il necessario strumento di misurazione del valore del tuo capitale umano e della remunerazione dei tuoi investimenti su di esso, perché essa ha a che fare con quelle scabrose questioni che riguardano l’identità, la soggettivazione, il riconoscimento, il narcisismo – chiamale come vuoi –, con la produzione di una vera immagine di sé. Hai capito che questa immagine è valore d’uso e valore di scambio nel mercato, posta in gioco di una micropolitica che investe i tuoi gesti quotidiani, punto di arrivo irraggiungibile di una teoria di esercizi che assomiglia a una weberiana ascesi intramondana, che assomiglia, tutto sommato, a qualcosa come una disciplina – uscita dalla porta, rientrata dalla finestra. Ti viene voglia di continuare e approfondire i tuoi studi, collegare le pratiche della valutazione alle analisi di Foucault sul potere pastorale e sulla confessione come dispositivo di soggettivazione, metterti anche tu a cercare la genealogia del management nelle tecniche cristiane di governo delle anime – tanto più che, prima di spegnere il computer, hai visto su internet che la Pontificia Università Lateranense, « nel solco dell’insegnamento di Papa Francesco », organizza il primo corso di « Management pastorale », finalizzato a « ottimizzare le risorse umane ed economiche, coniugando competenza e Vangelo » : il management, figliol prodigo, è tornato a casa. Ma alla fine non lo farai, penserai che non hai più tempo, anzi, che è tempo di disperdere questo sapere nelle pratiche di vita – le tue –, per cambiarle, per farle diventare loquaci, prima che esse divorzino per sempre dai bei discorsi ; penserai che al pessimismo della ragione – come diceva Franco Basaglia parafrasando Gramsci – si deve accoppiare l’ottimismo delle pratiche, perché tu non sei esterno al mondo della valutazione, e non ne uscirai fuori grazie a un balzo del discorso, e perché tu non sei una vittima : anche tu, come tutti, sei un uomo che valuta.

EvaluationImagine vivre dans un monde où l’évaluation est partout. Tu es dans une ville européenne, mais tu pourrais être aussi aux États-Unis, l’important est que tu sois quelque part en Occident, dans un état soi-disant libéral, et que tu sois là pendant ces années, pendant ces jours. Imagine être en Italie, à Milan, à Rome, ou bien –  pourquoi pas ? – à Trieste. Mais tu pourrais être aussi en France, imagine, par exemple, d’être à Paris. Tu es l’un des très nombreux Italiens qui habitent à Paris, qui cherchent du boulot, qui trouvent un boulot, qui perdent leur boulot. Peut-être, es-tu un soi-disant travailleur cognitif – statut qu’on n’arrive jamais à bien définir, et pourtant tout le monde sait ce que c’est –, tu as bien fait une thèse, même deux – en fait, non, ce n’est pas ton cas –, par contre tu as fait plusieurs postdocs. Imagine-toi te réveiller le matin dans ton appartement et diviser ta journée en deux parties : le matin, tu étudies et tu écris pour attraper une autre bourse de recherche, l’après-midi, tu cherches un travail quelconque, sans savoir exactement lequel, peut-être un boulot alimentaire – on dit comme ça, en France –, un travail pour gagner ta vie, ou non, peut-être tu cherches le travail de ta vie, tu cherches l’occasion de la changer, ta vie. En tout cas, imagine vivre dans un monde où l’évaluation est partout.

Oui, car le matin, quand tu étudies et tu écris pour trouver une bourse de recherche, tu as constamment affaire aux procédures d’évaluation qui sont censées apprécier, trier, discriminer, classer, différencier, sélectionner, hiérarchiser et finalement retenir ces projets. Procédures, mécanismes, machines, dispositifs, outils, apparats, processus, systèmes, méthodes, normes – tu penses. Tu sais d’ailleurs que le dossier que tu as envoyé pour postuler à cette bourse est le numéro trois mille cinq cent etc., tu sais que chaque dossier comporte deux lettres de recommandation écrites par des scientifiques renommés, décriant les qualités excellentes, extraordinaires, absolument remarquables du candidat, tu sais qu’à trois mille cinq cent etc. projets – mais peut-être qu’ils sont moins nombreux, peut-être que pas tous ceux qui ont démarré la procédure en ligne pour postuler que pas tous ceux qui ont démarré la procédure en ligne pour postuler et qui ont reçu un numéro de dossier ont mené à terme la demande, imaginons qu’ils soient moins de la moitié, c’est-à-dire mille cinq cent etc. –, donc tu sais qu’à mille cinq cent etc. projets correspondent trois mille lettres de recommandation. Tu comprends qu’il existe une sorte de production à l’échelle industrielle de ce genre de lettres, et tu supposes qu’il y a des scientifiques renommés qui passent une bonne partie de leur temps, lorsque la date limite pour postuler une bourse de recherche se rapproche, à écrire des lettres de recommandation pour quelqu’un qu’ils ne connaissent peut-être qu’à peine. Tu penses même monter une entreprise de production de lettres de recommandation en sous-traitance, tu en ris et tu décales ce drôle de projet pour la deuxième partie de ta journée, celle où tu te consacres à la recherche d’un emploi. Imagine toi bien connaître les procédures, les dispositifs, les protocoles d’évaluation des projets, parce que, toi-même, dans ta petite expérience, tu as été chargé d’évaluer, et du coup tu sais bien ce que signifie une évaluation formalisée à travers un processus de double-blind peer review. Tu te demandes comment ils font pour gérer l’évaluation d’une telle quantité de projets en si peu de temps, le niveau moyen des projets étant très élevé – cela aussi tu le sais bien –, et tu te réponds à toi même que, sans une machine informatique capable de gérer en même temps l’aspect objectif et subjectif de l’évaluation, ce seront la chance et les rapports de force académiques qui trancheront. Tu comprends que les bourses que tu as obtenues jusqu’ici, tu les as obtenues grâce à l’horrible et immoral hasard – la chance de tomber sur un referee favorable, par exemple –, et pas vraiment parce qu’un jeu d’évaluations croisées aurait enfin rendu justice à ton mérite. Imagine toi t’interroger sur les raisons de cet effort démesuré d’évaluation et de ce gigantisme bureaucratique, en n’oubliant jamais que le hasard, le par-delà le bien et le mal que la bonne évaluation devrait chasser, finit toujours par revenir par la fenêtre. Tu te souviens d’avoir lu un livre de Béatrice Hibou intitulé La bureaucratisation du monde à l’ère néolibérale, qui t’a appris combien et comment la bureaucratisation de la politique, de l’administration publique et de la vie quotidienne ne sont que le reflet d’une gouvernementalité néolibérale, et du coup tu ne peux pas t’arrêter d’énumérer, dans un catalogue borgésien infini, toutes les pratiques bureaucratiques et d’évaluation qui te concernent à ce moment précis : tu t’es inscrit au pôle emploi, tu as demandé le RSA, tu cherches un appartement à louer, tu dois renouveler la carte de la Bibliothèque Nationale de France, tu as ouvert un compte bancaire, tu as demandé ta carte vitale, tu as envoyé un article à une revue de philosophie, tu as postulé des bourses de recherche ainsi que plusieurs offres d’emploi – pour chacune de ces activités il t’a fallu monter un dossier assez nourri et suffisamment robuste pour une évaluation très attentive. Toutes ces pratiques, prises individuellement, sont nécessaires, convenables, presque évidentes, aucun doute ! – tu penses –, mais tout à coup tu les vois comme un ensemble, tu les imagines comme un complexe qui ne manque pas d’une involontaire cohérence. Sans compter le nombre de questionnaires d’évaluation que tu remplis quand tu profites d’un service internet ou téléphonique, et aussitôt tu te souviens également des questionnaires de satisfaction que tu distribuais aux étudiants à l’université, de ceux que tu as remplis quand toi-même tu étais étudiant, des interminables questionnaires d’évaluation que tu gérais quand tu travaillais en entreprise et tu galérais avec son système qualité ISO quelque chose. Tu te souviens de ce qu’il en était finalement de ces questionnaires, tu te souviens des arrangements, des petits stratagèmes afin d’ajuster les choses, d’esquiver les problèmes, d’accomplir les obligations du système. Tu te souviens des statistiques qui en étaient tirées, et de leur usage de propagande. Tu te souviens également d’avoir lu, une fois, un manuel de management consacré aux pratiques d’évaluation du travail, un ouvrage collectif, et tu te souviens que l’un des auteurs, dans un élan de franchise, avouait que ces pratiques se révélaient, au fond, inefficaces par rapport a l’objectif même qu’elles se donnaient. Et pourtant – il disait –, il faut les mettre en place, puisqu’elles contribuent à créer un climat de justice organisationnelle, sans lequel, aujourd’hui, il n’est pas possible de motiver les gens. Donc, tu repenses au livre de Béatrice Hibou sur la bureaucratisation du monde et tu constates que cela résonne avec ton expérience quotidienne. Tu comprends qu’évaluation et bureaucratie ne sont que deux miroirs opposés et que lorsque l’on affirme la nécessité de démanteler les molochs bureaucratiques du passé, de la science de l’administration du 20e siècle, au nom de la flexibilité, bien sûr, du nivellement des hiérarchies, de l’empowerment, de la « proactivité », de la prise d’initiative individuelle, de la responsabilité, de la créativité, c’est à ce moment là qu’un nouveau système (post)bureaucratique va se dessiner comme arrière-plan de ces discours, et « évaluation » est le nom qui leur correspond le mieux. Tu imagines vivre dans un monde où l’évaluation est partout. Ensuite, tu te souviens que tu as étudié la pensée de Michel Foucault, et qu’en Italie il vient de paraître un livre sur la culture de l’évaluation qui s’intitule, justement, Valutare e punire – évaluer et punir –, dont l’auteur s’appelle Valeria Pinto. Imagine-toi te procurer ce bouquin, tu sais qu’un ami italien l’a, il te le prête, voilà, imagine que tu l’as déjà lu. Grâce à ce livre, tu découvres toute une littérature critique au sujet de l’évaluation que tu ne connaissais pas, et qui te parle d’audit society ou evaluative society, d’inspection age, qui te parle de l’évaluation comme technologie de gouvernement, comme mode d’existence d’un état néolibéral. Du coup, tu vas revoir un livre de Foucault qui s’intitule Naissance de la biopolitique, imagine le récupérer parmi les livres empilés sur ton bureau et retrouver tout de suite les pages qui t’intéressent, des pages qu’à l’époque tu avais bien notées et soulignées, des pages que, maintenant, tu lis avec une certaine agitation. Imagine d’imaginer expliquer à un public ce que tu es en train de lire, comme si tu étais dans une salle de cours, parce que c’est ce que tu fais toujours quand tu essaies de fixer des concepts ou de les expliquer à toi-même. Et comme ça, tu imagines, sans même t’en rendre compte, de donner un cours où tu résumes quelques aspects des analyses du néolibéralisme menées par Foucault dans Naissance de la biopolitique, qui est d’ailleurs le cours donné au Collège de France en 1979. « Vous voyez – tu te retrouves à chuchoter dans une salle de cours imaginaire –, Foucault, en 1979, poursuit sa recherche autour de la rationalité de gouvernement libéral et néolibéral en tant que cadre d’intelligibilité de la biopolitique, en insistant, une fois de plus, sur le déclin des technologies disciplinaires comme chiffre et forme hégémonique de l’exercice du pouvoir dans les sociétés occidentales. La gouvernementalité d’aujourd’hui, et peut-être celle à venir aussi, s’effectue surtout en tant que ‘technologie environnementale’ opérant autour des individus, au niveau des règles du jeu, tout en reculant par rapport à la ‘technologie humaine’ des systèmes normatifs-disciplinaires ». Tu es en train de dire que, selon Foucault, le néolibéralisme serait un art de gouvernement qui cède par rapport à la disciplinarisation des corps individuels pour agir plutôt sur l’environnement où les individus « jouent », en modifiant leurs variables. L’homo œconomicus théorisé par les maîtres à penser du néolibéralisme américain est celui qui répond systématiquement aux changements provoqués dans son environnement : pour le gouverner, il ne reste qu’à le laisser faire, le laisser jouer, en intervenant sur les environnements où il vit. Tu imagines une espèce de gouvernement indirect et à distance, qui ne peut pas toucher les individus qu’à travers un environnement minutieusement réglé, et tu imagines que toi-même, tu es libre comme une pièce d’échec dans une partie nulle. Mais ces réalités environnementales, ainsi que les modèles anthropologiques libéraux, ne sont en rien naturelles. Les environnements, il faut les créer, les inventer et les ramener à un niveau de réalité tel qu’ils puissent fonctionner comme média de gouvernement – chuchotes-tu dans ta salle de cours imaginaire. Foucault les appelle « réalités de transaction », ces réalités qui servent à gouverner, ces « corrélatifs » de la gouvernementalité – et tu les imagines comme des objets, des points de prise, diaphanes et spectraux dans leur texture, très solides et réels dans leurs effets –, comme, par exemple, la « société civile », la « sexualité », la « folie », dit Foucault. Tout à coup, tu te retrouves dans un monde où les corps sont poussés sans cesse par des êtres désincarnés qui pourtant ont la force de diriger les conduites, de remuer les gestes, de régler les comportements : à partir de la réalité de transaction la plus ancienne, l’âme – « prison du corps », vieille histoire –, jusqu’à celles les plus modernes : marché, marché du travail, économie de la connaissance, méritocratie – penses-tu. Imagine toi vivre dans un monde où l’évaluation est partout, car l’évaluation – te dis-tu –, c’est une technologie environnementale de gouvernement, une façon d’organiser la liberté, comme l’écrit Valeria Pinto. À partir de l’expérience de l’évaluation, tu te retrouves coincé à l’intérieur du paradoxe que Foucault place au cœur de la gouvernementalité libérale : gouverner à travers la liberté, par la production et la consommation de liberté. Imagine toi voir s’évanouir les distinctions entre liberté et obéissance ainsi que les frontières entre « assujettissement » et « subjectivation », et d’en avoir même marre de ces mots philosophiques épuisés. Du coup, tu reviens brusquement à ce que tu fais ici et maintenant, et soudain tu te retrouves dans le petit monde d’évaluations académiques où tu passes tes matinées. Imagine toi examiner, avec le plus grand zèle, la fonction que chaque nœud exerce – dans cette trame d’évaluations – par rapport aux comportements, aux gestes, aux conduites, aux formes de vie concernant toi-même et tes « semblables ». Tu ne cherches pas des rapports de cause à effet entre pratiques d’évaluation et formation des mentalités des individus, tu cherches plutôt quelque chose comme une combinatoire à décrire après-coup, à partir de ses effets. Tu cherches à te fabriquer une petite image de poche du fonctionnement concret d’une technologie environnementale de gouvernement. Tu essaies d’esquisser une carte des pratiques d’autorégulation de soi à l’âge de l’évaluation de tous et de chacun, à l’intérieur de l’économie de la connaissance, pour voir comment un environnement façonné par des pratiques d’évaluation produit et organise la liberté des individus impliqués. Tu penses aux pratiques d’évaluation des candidats à la qualification comme professeur universitaire en Italie (« l’Abilitazione Scientifica Nazionale »), aux « mediane », les lignes médianes qui établissent le nombre minimum de publications, au classement des revues scientifiques, aux rapports d’évaluation des jurys consultables en ligne pour chaque candidat, et tu croises tout cela avec les procédures de knowledge assessement qui gouvernent l’économie de la connaissance à partir des institutions européennes. Tu te fabriques une image du personnage de l’enseignant-chercheur que les pratiques d’évaluation – leurs attentes et leurs résultats – dessinent, et tu images une figure, ou mieux, un « profil » qui est celui d’un infatigable producteur de publications scientifiques évaluables – et tu te souviens des mails que tu as reçus, à l’époque du premier tour de la qualification, de la part de soi-disant maisons d’édition scientifiques : « Cher chercheur, nous vous invitons à nous confier votre manuscrit en format Word, nous pourrons bien l’imprimer dans quelques jours… », ou bien tu te souviens d’être tombé sur quelqu’un qui pratiquait l’art, assez répandu, de couper un livre en plusieurs morceaux pour en tirer d’autres livres qui ne seront jamais publiés mais qui, avec leur code ISBN, pourront être comptés en tant que publications distinctes. Un « doping de publications », lis-tu dans le livre de Valeria Pinto. Livres, articles, essais que sans doute personne ne lira jamais, les rapporteurs de la qualification, peut-être, non plus. Tu te demandes ce qu’il en est aujourd’hui de l’idée même de « public » et de sa relation avec le geste de l’écriture. Ceux qui écrivent, pourquoi le font-ils ? Au niveau de l’écriture et de ses styles, tu te demandes également quels effets cette course forcenée à la solidification de tout discours critique dans des produits scientifiques évaluables déterminera, tu te demandes s’il en reste quelque chose de l’élément esthétique de l’écriture, ainsi que de ses obstacles, ses paradoxes, des transformations et des abîmes qu’elle impose à la pensée. Tu imagines encore ce personnage de chercheur – ce profil –, et tu vois une silhouette aux contours bien définis, et tu ressens même à l’intérieur de toi-même le désir de correspondre à cette silhouette nette, claire, pleine, compacte, cohérente de toute part : chaque éventuel élément de « schizophrénie », ou seulement d’éclectisme, étant un signe évident d’immaturité scientifique. Ensuite, tu penses aux pratiques que l’autoproduction d’un profil employable dans le marché de l’évaluation favorise et sollicite. Tu te souviens d’une collègue française – fatiguée, épuisée – qui une fois t’a parlé de sa vie de « Robin des Bois » à l’inverse : « quand je dois organiser un colloque international – elle te disait –, j’établis des frais d’inscription pour les jeunes chercheurs pas connus, ceux qui comptent pour rien et qui doivent se faire connaître et gagner un peu de visibilité, et avec les sous que je reçois d’eux, je paie les keynote speakers, les professeurs importants, avec lesquels je dois tisser des relations ou faire de la ‘campagne électorale’ pour les concours », « ou bien – te disait-elle encore –, si je dois diriger l’édition d’un ouvrage collectif en anglais, afin d’ajouter une ligne importante à mon CV, mais je n’ai pas l’argent pour les traductions des textes, alors je vais faire une call for translations et je profite du travail gratuit de ceux qui ont besoin de nourrir leur CV avec une traduction ». Tu imagines de vivre dans un monde où l’évaluation est partout, et tu imagines que ce monde est peuplé d’« ascètes de la performance » – comme le dirait un professeur de gestion que tu connais, Éric Pezet – et de micro-exploiteurs du travail d’autrui, et tu vois bien, dans ton imagination, comme ces figures se confondent dans les mêmes individus, les traversant sans cesse, et comme elles constituent la déclinaison intellectuelle de la libre entreprise de soi à l’âge de l’évaluation en tant que technologie de gouvernement. Tu penses qu’on peut dire tout et n’importe quoi des figures anthropologiques que tu es en train d’imaginer, mais non pas qu’elles soient des figures de l’obligation et de la coercition, et même pas de la servitude volontaire : personne n’est obligé de faire ce qu’il fait, dans ce petit monde libre et en overdose de publications, saturé de discours et ponctué de prises de parole continuelles. Du coup, tu imagines d’autres gestes, puisque tu comprends que pour rendre le discours inoffensif, il y a la censure, mais il y a aussi bien sa prolifération infinie quoique disciplinée, comme un bourdonnement continuel, sourd et ordonné, et tu imagines créer des zones de silence et d’écoute comme si elles étaient des pratiques de grève, tu penses à ce « devenir-imperceptible » dont parlaient Gilles Deleuze et Felix Guattari et dont il te semble comprendre quelque chose que maintenant, tu imagines que ce « courage de la vérité » dont on a beaucoup parlé dans ton milieu pendant ces dernières années puisse avoir affaire moins à l’énième prise de parole qu’à une mise en suspens du discours, mais tu as déjà trop imaginé, et ta matinée est désormais finie.

Imagine que maintenant c’est l’après-midi, c’est-à-dire la partie de la journée où tu dois chercher un travail et un salaire. Tu t’es inscrit au pôle-emploi, ils ne t’ont pas aidé. Par contre, ils t’ont proposé de fréquenter un atelier sur la création d’entreprise. Imagine que tu y sois allé : tu as rencontré des conseillers sérieux et très motivés, prêts à t’accompagner dans ton parcours entrepreneurial. Sauf que tu n’as pas un projet, tu dois encore l’imaginer. Ils t’ont donné beaucoup d’informations, tu as découvert qu’en France il existe le statut d’auto-entrepreneur, ce qui n’est pas comme la Partita Iva italienne, il s’agit en fait d’un statut que tu peux activer tout de suite en ligne, si tu travailles, alors tu factures et tu cotises, si tu ne travailles pas, tu ne vas ni facturer ni cotiser. Et si ça ne marche pas, tu clôtures ton statut. Les agents du pôle-emploi en sont enthousiastes, ils conseillent à tout le monde de devenir auto-entrepreneur. Imagine que juste le lendemain l’une des écoles de langues auxquelles tu as postulé comme professeur d’italien va te répondre – ce sera la seule à le faire – en te demandant de prendre le statut d’auto-entrepreneur pour l’enseignement de l’italien. Todos caballeros, voire tous entrepreneurs – te dis-tu. Mais cela ne t’étonne pas, parce que tu connais bien ce livre-là, celui de Foucault, le cours au Collège de France de 1979, toujours celui-là. C’est ce livre qui t’a appris que l’effort utopique néolibéral correspond à la transformation de la société dans une société faite d’unités-entreprises, avec la « démultiplication » de la forme-entreprise en tant que forme de la subjectivité. C’était ce livre, avec toute la littérature qui s’est développée à partir de là, qui t’a expliqué que l’omniprésence de la formule « capital humain » – formidable invention de l’École de Chicago – dans le discours politique et économique signifie « chacun entrepreneur de soi-même », chacun engagé dans la valorisation de ce capital qui coïncide avec l’ensemble de ses propres capacités, compétences, attitudes physiques et psychologiques. Si la matière dont la vie est faite – imagines-tu – doit être gérée en tant que capital, quelle forme devra-t-elle prendre cette vie – la tienne – sinon la forme de l’entreprise ? L’entreprise, est-elle une autre réalité de transaction – abstraite, ineffable, et concrète pourtant ? Et finalement tu as envie de rire, tellement tu vois partout des réalités de transaction ainsi que des superficies d’attaque pour une gouvernementalité, et tu te demandes à quel niveau de paranoïa tu es parvenu. Et pourtant, tu penses, Foucault nous a appris, grâce à des livres comme Surveiller et punir et des cours au Collège de France comme Le pouvoir psychiatrique, que l’enjeu du pouvoir disciplinaire, du pouvoir qui s’exerce sur la vie, c’est de produire une âme autour du corps, de donner une forme d’âme – une âme visible et « authentique » – à un corps ; un corps qui, en soi, n’est pas du tout substance biologique brute, cire attendant l’impression d’un sceau, mais « corps utopique », visible et invisible, ouvert et fermé, mystérieux et transparent, foyer permanent de formes possibles, faim et soif de subjectivations – voilà, tu t’imagines encore de donner un petit cours. Du coup, tu te poses la question : comment transformer une vie en capital humain ? Et tu imagines la réponse : en façonnant cette réalité de transaction qu’on appelle âme – la nietzschéenne prison du corps – selon la forme de l’entreprise. Et comment cela se fait ? – te demandes-tu encore. Et quel lien avec l’évaluation comme technologie de gouvernement ? Imagine que tu trouves la réponse en ce que tu es en train de faire cet après-midi pour chercher du boulot : CV et lettre de motivation, CV et lettre de motivation, CV et lettre de motivation. Imagine toi écrire et réécrire plusieurs versions de ton CV et autant – même plus – de lettres de motivation : ça dépend du destinataire de ta candidature, de qui va évaluer ton dossier, du genre d’emploi que tu postules. Ancienne invention, le curriculum vitae. Il te semble avoir lu que ça remonte à la fin du 19e siècle que c’est une pratique née dans le milieu militaire, et c’est presque toujours comme ça quand il s’agit de pratiques de recrutement et d’embauche. Tu imagines quand même que ton père et ta mère n’ont jamais écrit un CV de toute leur vie, peut-être juste une fois pendant leur entière vie de travailleurs, et tu imagines bien. Toi, par contre, qui espères être à moins de la moitié de ta vie, tu en as déjà écrits, envoyés et faits examiner des centaines, peut-être, si tu les comptes, ils vont dépasser le millier, et pour un moment tu t’imagines comme une étrange créature hybride, entre la machine et l’homme, qui sans cesse se redouble, s’observe, se contemple, se surveille, se gouverne – et jusqu’ici, rien d’étrange, tu penses, c’est le mouvement de la conscience, le jeu des instances psychiques, la condamnation à la transcendance de l’« animal qui parle » –, mais qui inscrit tout cela dans la structure d’un CV, comme les imprimantes d’autrefois, celles qui vomissaient des feuilles perforées et interminables, ainsi tu ne cesses pas de déplier en face de toi-même ta vie, tes gestes, tes choix, sous la forme d’un CV. Tu te demandes si ton imagination n’en rajoute pas, et tu te réponds en te demandent combien de fois, dans ta vie, as-tu réglé tes expériences et tes choix selon leur pertinence à un CV et leur capacité d’y ajouter une ligne, combien de fois as-tu consigné, à ce CV-là, à son idéal, à son phantasme, le pouvoir de décider de ton existence. Beaucoup de fois, te dis-tu, et pourtant trop peu, vu que tu en paies les conséquences, étant donné que, pour l’énième fois, tu postules un emploi. Imagine mentir au moins un peu, quand tu rédiges ton CV et quand, dans la lettre de motivation, tu l’expliques, tu le justifies, tu en remplis les trous. Imagine ne pas arriver à coïncider avec l’image vitrifiée que tu donnes de toi-même, imagine la décaler, mais aussi la poursuivre, cette image, et son sens de cohérence, de plénitude, de lucidité, « comme si tu étais en retard sur la vie » – il te suggère avec malice un petit bouquin de René Char, caché dans tes livres de philo. Imagine poursuivre cette image comme on poursuit l’illusion du miroir, avec sa capacité de solidification imaginaire, de refermer et « cacher un instant l’utopie profonde et souveraine de notre corps », comme l’a dit une fois Foucault dans une conférence radiophonique en 1966. Le CV, miroir de l’âme. Quoique tu mentes, quoique tu sois voué à une philosophique mauvaise foi, quoique tu fasses profession de distance ironique par rapport à tes efforts de te rendre objet désirable sur le marché du travail, tu sais bien combien il est important de modéliser sa propre histoire dans un profil spécifique, cohérent, linéaire, progressif, discipliné – et cela te ramène, par ailleurs, aux pratiques d’évaluation de ce matin –, et du coup tu le fais, et tu crains de ne pas le faire assez. Tu penses qu’il faudra étudier, tôt ou tard, ce « jeu de vérité » sur soi-même qu’on appelle curriculum vitae, ainsi que les effets collatéraux de subjectivation qui se produisent à l’intérieur du geste, sans cesse relancé, d’écriture et réécriture de l’image de soi. Pour l’instant, tu imagines vivre dans un monde où l’(auto)évaluation est partout. Et d’ailleurs, tu te rends aussi compte que les mêmes pratiques d’autoévaluation et d’autogouvernement mises en place pour décrocher un boulot dans un marché hyperconcurrentiel sont codifiées, instituées et validées à l’intérieur même des entreprises auprès desquelles tu postules. Imagine, en effet, d’avoir lu quelques manuels de gestion de ressources humaines, pour essayer d’entrer dans le monde où les gens qui t’évaluent vivent ou bien imaginent avoir travaillé dans ce domaine, ou dans celui de la formation continue, financée par les institutions européennes, celle qui a pour but la valorisation et le développement du capital humain. Tu as, d’ailleurs, une formation en sciences humaines, et si tu veux travailler en entreprise, tu ne peux qu’entrer par la porte des ressources humaines, selon tous les lieux communs sur l’« employabilité » des « humanistes ». Ces manuels, ces expériences te répètent que le monde a changé, le travail s’est transformé, et le beau monde de Brecht, comme le disait déjà Pasolini, n’existe plus. Quelle nouveauté ! – tu te dis : c’est depuis le lycée que tu entends la chanson de la mondialisation et de la flexibilité, celle qui annonce que le conflit n’est plus entre capital et travail mais entre ceux qui ont le courage de prendre le train du changement et les réactionnaires qui cherchent à l’arrêter. Dans ce nouveau monde – tu l’as découvert –, les contrats juridiques qui règlent les relations de travail ne sont que des oripeaux inutiles qui en revanche rendent les organisations rigides et lourdes, alors qu’elles doivent être, aujourd’hui, souples et ductiles, à même de vibrer comme une anche au souffle irrégulier des marchés. Il faut qu’un autre genre de normativité intervienne pour régler la relation de travail – pardon : le rapport de collaboration –, une normativité d’ordre psychologique. On parle de « contrat psychologique », en fait, ce qui signifie un échange de promesses qui ne s’écrit pas dans le contrat juridique, du moins pas entièrement – c’est ce que tu as appris. Auparavant, le contrat psychologique se faisait en termes d’assujettissement contre salaire, de dévouement en échange d’un emploi stable ; aujourd’hui, il est fait de motivation, implication, identification avec l’entreprise, dans une relation de travail qui devient volatile comme un gaz. Capital et Travail : tu imagines le Deux qui devient Un, et non pas parce que la fatigue solide du travail subordonné et commandé se disperserait enfin dans une société de producteurs libres et indépendants, mais parce que – imagines-tu – chacun devient une particule imparfaite qui participe à une idée quasi-platonique d’entreprise, une fibre docile de cet univers qu’on appelle entreprise. « Identification organisationnelle » : imagine d’avoir bien compris que cette notion est une notion fondamentale dans les pratiques managériales contemporaines. C’est l’identification avec l’entreprise qui pousse les gens vers une posture proactive et auto-entrepreneuriale, qui promeut le commitment et favorise le contrat psychologique, dans des entreprises où les salariés sont des collaborateurs, le mot « contrôle » est toujours accompagné par le préfixe « auto », et les gens doivent faire appel moins à la hiérarchie qu’à leur propre personnalité pour atteindre les objectifs de l’entreprise – comme tu l’as lu dans un livre de management consacré à l’identification organisationnelle. Tu te demandes si tout cela te concerne ou s’il s’agit de quelque chose qui ne regarde que le monde des managers et cadres, si ces discours tournent dans le vide ou s’ils font partie de ce que les philosophes appelaient Zeitgeist, l’esprit du temps. Tu te souviens de quand tu travaillais dans le domaine de la formation continue et que tu organisais des cours obligatoires de communication et team working, de gestion du stress, de création d’entreprise, de techniques de leadership, etc. pour des apprentis ouvriers tourneurs, fraiseurs, opérateurs sur machines à commande numérique, ou bien plombiers, électriciens, vendeurs, etc. ; tu te souviens de quand, il y a quelque temps, tu as fait un entretien de groupe pour un poste de vendeur dans un supermarché et tu as participé à un role playing où il s’agissait de décider tous ensemble, en mettant en scène un brain storming, quelles sont les dix qualités qui définissent un vrai leader d’aujourd’hui ; tu te souviens que, pris au dépourvu, tu n’as rien dit et en fait tu n’as pas obtenu le poste ; tu te souviens que le langage managérial que tu retrouves dans les livres, tu le repères aussi bien dans les documents du Fond Social Européen et dans la plupart du discours politique qui concerne le travail, l’école, l’université ; du coup tu penses que la frontière entre les pratiques managériales et ce qui devrait en être étranger, hétérogène ou du moins différent, cette frontière peut-être n’existe même pas, et tu imagines que les discours managériaux ne sont que la codification contemporaine d’une technique de gouvernement qui, du sol, les excède, les soutient, les fait fonctionner. Et comme tu imagines de vivre dans un monde où l’évaluation est partout, tu te souviens aussi d’avoir lu dans la littérature managériale que les pratiques d’évaluation du travail, des performances, du potentiel de la ressource humaine ont affaire à la construction de l’« image de soi » – oui, de l’image de soi –, à la représentation de sa propre personnalité, de son propre rôle social. Un psychologue du travail qui s’appelle Claude Lévy-Leboyer t’a appris que la construction de l’image de soi est le véritable enjeu des pratiques d’évaluation du travail, ce qui permet à la ressource humaine de se connaître elle-même, de satisfaire l’« appétit de savoir » qui la concerne, d’augmenter la lucidité, la qualité et la pertinence de sa propre image pour pouvoir enfin se manifester à soi-même et se transformer, développer, augmenter sa puissance. En même temps, l’évaluation des ressources humaines fournit à l’entreprise une description exacte de l’individu, en traquant sa vérité, en vérifiant sa compatibilité avec l’organisation, en saisissant son potentiel, en traçant les lignes de son développement possible. Tu apprends que la construction de l’image de soi est l’un des éléments de ce contrat psychologique qui scelle le lien immatériel entre l’individu et l’entreprise, c’est l’un des éléments de la rétribution aussi, parfois le plus important, parfois le seul : travaille pour moi et je te dirai qui tu es. Et qui tu peux devenir. Tu te demandes quelle forme va-t-elle prendre cette énième déclinaison du « supplément d’âme » que l’image de soi – comme un miroir – peut insuffler dans les individus, et tu te rends compte que tout pivote autour de la notion de « compétence ». Tu imagines ton image – celle que tu poursuis du matin au soir pendant que tu cours après un boulot –, et elle se manifeste comme une cartographie de tes compétences, transparente et bien accessible à la conscience, capable de renforcer ce qu’une certaine psychologie appelle « auto-efficacité ». Tu t’imagines toi-même comme une constellation de compétences qu’il faut connaître, mettre à jour, valoriser, et sur lesquelles il faut que tu investisses. Les compétences : la seule chose que tu peux diagnostiquer et changer, quand ta personnalité résiste tenacement aux changements, et l’inconscient – postulant que tu en aies un –, échappe par définition à la maîtrise du sujet souverain que tu voudrais être. Les compétences : la seule chose que tu peux gérer comme si tu étais le manager de toi-même. Tu commences à comprendre comment, à travers l’authentification de soi en tant qu’agrégation de compétences évaluables et traduisibles en CV, une vie – la tienne – se transforme en capital humain. Le CV, miroir d’une âme qui se fait entreprise.

C’est presque le soir, ton après-midi de recherche de travail est désormais terminé. Imagine éteindre l’ordinateur, les yeux qui brillent de fatigue, même si tu n’as rien fait sauf imaginer. Tu as compris que l’évaluation est cette technique de gouvernement qui relie tes matinées et tes après-midis, puisqu’elle organise les environnements dans lesquels tu vis, puisqu’elle est le nécessaire outil de mesure de la valeur de ton capital humain et des investissements que tu en as faits, puisqu’elle a affaire à ces questions scabreuses qui concernent l’identité, la subjectivation, la reconnaissance, le narcissisme – appelle-les comme tu veux –, à la production d’une véritable image de soi. Tu as compris que cette image est valeur d’usage et valeur d’échange dans le marché, enjeu d’une micro-politique qui investit tes gestes quotidiens, point d’arrivée inatteignable d’une théorie d’exercices qui ressemble à une ascèse wébérienne intramondaine, qui ressemble, finalement, à quelque chose comme une discipline – sortie par la porte, rentrée par la fenêtre. Tu as envie de poursuivre et approfondir tes études, de relier les pratiques d’évaluation aux analyses de Foucault sur le pouvoir pastoral et sur l’aveu comme dispositif de subjectivation, de te mettre toi aussi à chercher la généalogie du management dans les techniques chrétiennes de gouvernement des âmes – d’autant plus que tu as vu sur internet, juste avant d’éteindre l’ordinateur, que la Pontificia Universitas Lateranensis, « en suivant l’enseignement du Pape François », organise le premier cours de « management pastoral » pour « optimiser les ressources humaines et économiques, en alliant compétence et Évangile » : le management, fils prodigue, est revenu à la maison. Mais finalement tu ne le feras pas, tu te diras que tu n’as plus de temps, au contraire, qu’il est temps de disperser ce savoir dans les pratiques de vie – les tiennes –, pour les changer, pour les rendre loquaces, avant qu’elles divorcent pour toujours des beaux discours ; tu te diras qu’au pessimisme de la raison – comme le disait Franco Basaglia en paraphrasant Gramsci – il faut coupler l’optimisme des pratiques, parce que tu n’es pas en dehors du monde de l’évaluation, et tu n’en sortiras pas grâce à un bond du discours, et parce que tu n’es pas une victime : toi aussi, comme tout le monde, tu es un homme qui évalue.

Pubblicato il 9 febbraio 2015,
è apparso sul numero 4 di “Im@ago” (imagojournal. it), nella sezione “L’immaginario della valutazione”,
a cura di Valeria Pinto e Massimiliano Nicoli.

Première publication en français dans la Revue Economique et Sociale (vol. 74, n° 2, juin 2016, p. 87-97).

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Coronavirus : la science ne marche pas dans l’urgence !

Je suis Bruno Canard, directeur de recherche CNRS à Aix-Marseille. Mon équipe travaille sur les virus à ARN (acide ribonucléique), dont font partie les coronavirus.

En 2002, notre jeune équipe travaillait sur la dengue, ce qui m’a valu d’être invité à une conférence internationale où il a été question des coronavirus, une grande famille de virus que je ne connaissais pas. C’est à ce moment-là, en 2003, qu’a émergé l’épidémie de SRAS (syndrome respiratoire aigu sévère) et que l’Union européenne a lancé des grands programmes de recherche pour essayer de ne pas être prise au dépourvu en cas d’émergence. La démarche est très simple : comment anticiper le comportement d’un virus que l’on ne connaît pas ? Eh bien, simplement en étudiant l’ensemble des virus connus pour disposer de connaissances transposables aux nouveaux virus, notamment sur leur mode de réplication. Cette recherche est incertaine, les résultats non planifiables, et elle prend beaucoup de temps, d’énergie, de patience. C’est une recherche fondamentale patiemment validée, sur des programmes de long terme, qui peuvent éventuellement avoir des débouchés thérapeutiques. Elle est aussi indépendante : c’est le meilleur vaccin contre un scandale Mediator-bis.

Dans mon équipe, nous avons participé à des réseaux collaboratifs européens, ce qui nous a conduits à trouver des résultats dès 2004. Mais, en recherche virale, en Europe comme en France, la tendance est plutôt à mettre le paquet en cas d’épidémie et, ensuite, on oublie. Dès 2006, l’intérêt des politiques pour le SARS-CoV avait disparu ; on ignorait s’il allait revenir. L’Europe s’est désengagée de ces grands projets d’anticipation au nom de la satisfaction du contribuable. Désormais, quand un virus émerge, on demande aux chercheur·ses de se mobiliser en urgence et de trouver une solution pour le lendemain. Avec des collègues belges et hollandais·es, nous avions envoyé il y a cinq ans deux lettres d’intention à la Commission européenne pour dire qu’il fallait anticiper. Entre ces deux courriers, Zika est apparu…

La science ne marche pas dans l’urgence et la réponse immédiate.

Avec mon équipe, nous avons continué à travailler sur les coronavirus, mais avec des financements maigres et dans des conditions de travail que l’on a vu peu à peu se dégrader. Quand il m’arrivait de me plaindre, on m’a souvent rétorqué : « Oui, mais vous, les chercheur·ses, ce que vous faites est utile pour la société… Et vous êtes passionnés ».

Et j’ai pensé à tous les dossiers que j’ai évalués.

J’ai pensé à tous les papiers que j’ai revus pour publication.

J’ai pensé au rapport annuel, au rapport à 2 ans, et au rapport à 4 ans.

Je me suis demandé si quelqu’un lisait mes rapports, et si cette même personne lisait aussi mes publications.

J’ai pensé aux deux congés maternité et aux deux congés maladie non remplacés dans notre équipe de 22 personnes.

J’ai pensé aux pots de départs, pour retraite ou promotion ailleurs, et aux postes perdus qui n’avaient pas été remplacés.

J’ai pensé aux 11 ans de CDD de Sophia, ingénieure de recherche, qui ne pouvait pas louer un appart sans CDI, ni faire un emprunt à la banque.

J’ai pensé au courage de Pedro, qui a démissionné de son poste CR1 au CNRS pour aller faire de l’agriculture bio.

J’ai pensé aux dizaines de milliers d’euros que j’ai avancés de ma poche pour m’inscrire à des congrès internationaux très coûteux.

Je me suis souvenu d’avoir mangé une pomme et un sandwich en dehors du congrès pendant que nos collègues de l’industrie pharmaceutique allaient au banquet.

J’ai pensé au Crédit Impôt Recherche, passé de 1.5 milliards à 6 milliards annuels (soit deux fois le budget du CNRS) sous la présidence Sarkozy.

J’ai pensé au Président Hollande, puis au Président Macron qui ont continué sciemment ce hold-up qui fait que je passe mon temps à écrire des projets ANR.

J’ai pensé à tou·tes mes collègues à qui l’on fait gérer la pénurie issue du hold-up.

J’ai pensé à tous les projets ANR que j’ai écrits, et qui n’ont pas été sélectionnés.

J’ai pensé à ce projet ANR Franco-Allemand, qui n’a eu aucune critique négative, mais dont l’évaluation a tellement duré qu’on m’a dit de la re-déposer telle quelle un an après, et qu’on m’a finalement refusé faute de crédits.

J’ai pensé à l’appel Flash de l’ANR sur le coronavirus, qui vient juste d’être publié.

J’ai pensé que je pourrais arrêter d’écrire des projets ANR.

Mais j’ai pensé ensuite aux précaires qui travaillent sur ces projets dans notre équipe.

J’ai pensé que dans tout ça, je n’avais plus le temps de faire de la recherche comme je le souhaitais, ce pour quoi j’avais signé.

J’ai pensé que nous avions momentanément perdu la partie.

Je me suis demandé si tout cela était vraiment utile pour la société, et si j’étais toujours passionné par ce métier ?

Je me suis souvent demandé si j’allais changer pour un boulot inintéressant, nuisible pour la société et pour lequel on me paierait cher ?

Non, en fait.

J’espère par ma voix avoir fait entendre la colère légitime très présente dans le milieu universitaire et de la recherche publique en général.

Première publication, 4 mars 2020 sur
UNIVERSITÉ OUVERTE

Manifiesto “La universidad pública con las necesidades sociales: docencia y ciencia con conciencia ciudadana”

 

es-ES

Manifiesto “La universidad pública con las necesidades sociales: docencia y ciencia con conciencia ciudadana”

La investigación científica nos permite comprender la relación entre las personas y su medio natural, las dinámicas estructurales de igualdad o desigualdad de las sociedades en las que viven y los procesos históricos que les han originado. Nos proporciona saberes teóricos e instrumentos tecnológicos para intervenir sobre los problemas que asolan nuestro medio ambiente y nuestra realidad social. En las universidades públicas la investigación científica complementa a la actividad docente y ambas deben contribuir a la libertad y el bienestar colectivo de las sociedades que las sostienen. Desde dicho compromiso y ante la gravedad de la crisis civilizatoria que la pandemia del coronavirus está acelerando los promotores de este manifiesto miembros de la Universidad de Valencia, nos sentimos en la obligación de trasladar a la sociedad las siguientes consideraciones: 

  1. La evidencia científica es una condición necesaria pero no suficiente para transformar, en un sentido progresista, la realidad social. La excelencia de la investigación científica en las universidades públicas es inseparable de su conciencia ciudadana y de la capacidad de promover la participación ciuadana en la decisión sobre los fines y los usos sociales de la ciencia. En este sentido es necesario recorder, como ha señalado entre otros Richard Horton, editor de la prestigiosa revista científica The Lancet, que en los últimos años, las principales conclusiones de las investigaciones en el ámbito de la salud pública y la epidemiología advirtieron reiteradamente del riesgo de la pandemia actual; constataron que nuestras sociedades no estaban preparadas para afrontar dicho riego y, en consecuencia, instaron a los gobiernos a tomar medidas urgentes para paliar sus futuras consecuencias. Sin embargo, tal y como está ocurriendo desde hace décadas con las recomendaciones de las investigaciones sobre la crisis ecológica y el cambio climático, tales advertencias no sólo se ignoraron sino que incluso en determinados países como el nuestro dieron lugar a políticas sociales que, mediante los recortes del gasto público y las privatizaciones, han deteriorado todavía más los servicios y las infraestructuras públicas. La ciencia sin conciencia ciudadana es sólo otro tipo de negocio mercantil. 
  2. En la última década, dichos recortes también han deteriorado gravemente las universidades públicas españolas. Han precarizado las condiciones laborales de sus trabajadoras y trabajadores más vulnerables; han descuidado su formación y han asumido, con muy pocas críticas, el modelo neoliberal de la rentabilidad mercantil en la investigación en la gestión administrativa. El COVID-19 ha llegado a una universidad publica cada vez menos pública, cada vez más sometida a criterios de mera rentabilidad, y cada vez menos democrática. Nuestro confinamiento de hoy acentúa y hace más visibles las carencias de este modelo de universidad mercantil que ya había confinado en sus despachos a amplios sectores del PDI, que los había enclaustrado, desorientado y alejado de cualquier sentido de comunidad universitaria y de compromiso colectivo. Frente al ‘sentido común neoliberal’ que nos ha invadido es necesario repetir lo obvio: las universidades públicas no son empresas económicas. Es necesario abandonar este modelo. Es necesario regresar a una universidad pública comprometida con la transformación progresista de la sociedad que la financia. 
  3. Desde las consideraciones anteriores y ante la gravedad de la crisis civilizatoria que está precipitando la pandemia del Coronavirus es imprescindible poner nuestros recursos docentes e investigadores al servicio de las demandas de la ciudadanía. Nuestra investigación científica conocimientos y nuestros saberes aplicados han de estar a disposición de las necesidades concretas que está situación extraordinaria está provocando en la sociedad valenciana. Para ello, es imprescindible que las universidades públicas habiliten recursos telemáticos y procedimientos de información y comunicación propios con la sociedad valenciana que les permitan, en primer lugar, escuchar y recoger dichas demandas, sanitarias, sociales, psicológicas y humanas y, en función de sus propios recursos, darles respuesta. 

Por último, entre la atmósfera de incertidumbres, temores y esperanzas que nos envuelve estos días se abre paso una certeza: cuando termine nuestro confinamiento no vamos a regresar al mismo mundo. De nosotras y nosotros depende, desde hoy mismo, que la conmoción que atravesamos abra el camino hacia una universidad pública que mejore en capacidad docente e investigadora y, también, en conciencia ciudadana y en compromiso con la transformación social. 

Valencia, Abril 2020

Promueven este manifiesto: firman este manifiesto enviando un mail a
jose.m.rodriguez@uv.es

Après Marseille, retrouvons-nous à Rome les 24 et 25 juin 2020 !

Valeria Pinto, membre de l’IDST, a lancé en compagnie d’autres universitaires un appel intitulé « Désintoxiquons-nous. Le Savoir pour le futur », déjà soutenu par plus de 1300 signataires.

L’un des objectifs de cet appel est d’organiser une rencontre à Rome les 24 et 25 juin 2020, au moment même où se tiendra dans la capitale italienne une énième conférence ministérielle liée au processus de Bologne. Évoquée lors de notre congrès de Marseille en novembre dernier, cette rencontre sera l’occasion d’élargir le front de contestation et de résistance aux politiques néolibérales de formation et de recherche et de penser une nouvelle politique de la connaissance, celle des savoirs de tous, par tous, et pour tous.

De nombreux contacts, en Europe et dans le monde, sont en cours et la rencontre promet d’être belle et galvanisante !

N’hésitez donc pas à vous joindre à cet appel, publié ici en italien, anglais, allemand, espagnol et français, en envoyant un courriel à l’adresse indiquée au bas de l’appel.

La Rédaction du blog

Valeria Pinto, member of the International of Knowledge for All (IKA), together with other academics, launched a call entitled "Let's detoxify ourselves. Knowledge for the future", already supported by more than 1300 signatories.

One of the objectives of this call is to organize a meeting in Rome on 24 and 25 June 2020, at the same time as the umpteenth ministerial conference linked to the Bologna process will be held in the Italian capital. Evoked during our congress in Marseille last November, this meeting will be an opportunity to broaden the front of protest and resistance to neo-liberal education and research policies and to think about a new knowledge policy, that of a society of knowledge from all, by all, and for all.

Many contacts, in Europe and in the world, are underway and the meeting promises to be beautiful and galvanizing!

So do not hesitate to join this call, published here in Italian, English, German, Spanish and French, by sending an email to the address at the bottom of the call.

Blog Editorial Team

Valeria Pinto, Mitglied des « Internationales Netzwerk Wissen für Alle » (INWA), hat zusammen mit anderen Akademikern einen Aufruf mit dem Titel “Entgiften wir uns – Wissen für die Zukunft” , das bereits von mehr als 1300 Unterzeichnern unterstützt wird.

Eines der Ziele dieses Aufrufs ist die Organisation eines Treffens in Rom am 24. und 25. Juni 2020, zeitgleich mit der x-ten Ministerkonferenz im Zusammenhang mit dem Bologna-Prozess, die in der italienischen Hauptstadt stattfinden wird. Dieses Treffen, das auf unserem Kongress in Marseille im vergangenen November ins Leben gerufen wurde, bietet die Gelegenheit, die Front des Protests und Widerstands gegen die neoliberale Bildungs- und Forschungspolitik zu erweitern und über eine neue Wissenspolitik nachzudenken, die des Wissens für alle, von allen und für alle.

Viele Kontakte, in Europa und in der Welt, sind im Gange, und das Treffen verspricht, schön und aufregend zu werden!

Zögern Sie also nicht, sich diesem Aufruf, der hier in Italienisch, Deutsch, Englisch, Spanisch und Französisch, indem Sie eine E-Mail an die am Ende des Aufrufs angegebene Adresse senden.

Blogredaktion

Valeria Pinto, miembro de la IDST, junto con otros académicos, lanzó un llamamiento titulado "Desintoxiquémonos". Conocimiento para el futuro", ya apoyado por más de 1300 firmantes.

Uno de los objetivos de esta convocatoria es organizar una reunión en Roma los días 24 y 25 de junio de 2020, al mismo tiempo que se celebrará en la capital italiana la enésima conferencia ministerial vinculada al proceso de Bolonia. Evocada en nuestro congreso de Marsella el pasado mes de noviembre, esta reunión será una oportunidad para ampliar el frente de protesta y resistencia a las políticas neoliberales de educación e investigación y para pensar en una nueva política del conocimiento, la del conocimiento de todos, por todos y para todos.

Muchos contactos, en Europa y en el mundo, están en marcha y el encuentro promete ser hermoso y galvanizador!

Así que no duden en unirse a esta llamada, publicada aquí en italiano, inglés, alemán, francés y español, enviando un correo electrónico a la dirección que aparece al final de la llamada.

La redacción del blog

Valeria Pinto, membro dell’ L'Internazionale della Conoscenza per Tutti (ICT), ha lanciato, insieme ad altri universitari, un appello dal titolo “Disintossichiamoci. Sapere per il futuro”, già sostenuto da più di 1300 firmatari.

Uno degli obiettivi di questo appello è l’organizzazione di un incontro a Roma, il 24 e il 25 giugno 2020, in concomitanza con la prossima conferenza ministeriale del processo di Bologna. Già evocato durante il nostro congresso di Marsiglia dello scorso novembre, questo incontro costituirà l’occasione di estendere il fronte della contestazione e della resistenza alle politiche neoliberali della formazione e della ricerca, e di pensare una nuova politica della conoscenza, quella dei saperi di tutti, per tutti, a opera di tutti.

La rete internazionale di contatti si sta sviluppando in Europa e nel mondo, e l’incontro di Roma si annuncia bello e galvanizzante!

Non esitate dunque à sostenere questo appello, qui pubblicato in italiano, inglese, tedesco, spagnolo e francese, inviando una mail all’indirizzo indicato in calce all’appello.

La redazione del blog

Désintoxiquons-nous – Le Savoir pour le futur

« Economics are the methods. The object is to change the soul ». Se référant aux politiques de la connaissance, de l’éducation et de la recherche (mais pas seulement), cette formule de Margaret Thatcher résume bien le processus qui a caractérisé les dernières décennies.

La méthode économique, la pénurie comme condition normale, à la limite de survie ou en dessous, est visible par tous. L’objectif est moins visible. Le changement des âmes est si profond que nous ne remarquons même plus la destruction qui se produit autour de nous et à travers nous : le paradoxe de la fin — dans la « société de la connaissance » — d’un monde consacré aux choses de la connaissance. Même l’oreille s’est habituée à une dévastation linguistique programmatique, où un jargon technico-managérial et bureaucratique appauvri répète des expressions ayant valeur opératoire précise, qui semble cependant difficile à saisir : amélioration de la qualité, excellence, compétence, transparence, produits de la recherche, offre d’enseignement... Et autonomie, c’est-à- dire — selon les mots de Thomas Piketty — l’imposture qui a lancé le processus de destruction du modèle européen d’université. Une destruction qui a pris comme prétexte rhétorique certains maux — réels ou non — de l’ancienne université, mais bien sûr sans y remédier, car le but visé n’était pas celui-là.

Trente ans après l’introduction de l’autonomie, justement, et vingt ans après le processus de Bologne, dix ans après la « loi Gelmini », la littérature critique sur cette destruction est sans limite. La recherche et l’enseignement — c’est un fait, et pourtant il semble tabou de le rendre explicite — ne sont plus libres depuis longtemps. Soumise à une pression insensée pour « produire » de plus en plus chaque année (en Italie : VQR, ASN, etc.), la recherche est en proie à une véritable bulle de titres, qui transforme de plus en plus les déjà exemplaires publish or perish en rubbish or perish. Dans le même temps, la pression continue à « délivrer » une formation entièrement adaptée aux exigences du monde productiviste. La modernisation qui a arraché de manière programmatique l’université à la « tour d’ivoire » – la rendant « responsive », « service university » — n’a signifié rien de plus que la voie, la « troisième voie », vers le monde des intérêts privés. Vidées de leur valeur, l’éducation et la recherche sont évaluées, c’est-à-dire « valorisées » par le marché et le quasi- marché de l’évaluation, qui, dans sa meilleure forme institutionnelle, ne sert qu’à « favoriser (...) l’effet du contrôle social et le développement de logiques de marché positives » (CRUI 2001).

C’est précisément grâce à l’imposition de ces logiques de marché que la liberté de recherche et d’enseignement – bien que protégée par l’article 33 de la Constitution – est réduite désormais à la liberté d’entreprendre. Le modèle auquel elle est tenue de se soumettre est un régime de production de connaissances utiles (utiles d’abord pour accroître le profit privé), qui commande les méthodes, les temps et les lieux de cette production, selon un management autoritaire qui va jusqu’à exproprier les chercheurs et les universitaires de leur propre faculté de jugement, désormais soumis à des critères sans justification interne mais vendus comme étant objectifs. Ce sont des chiffres et des mesures qui, comme chacun sait, n’ont rien de scientifique et ne garantissent rien en termes de valeur et de qualité de la connaissance. Définir des pourcentages d’excellence et d’inacceptabilité, diviser avec des médianes ou prescrire des seuils, trier les revues en classements, les diviser selon le ranking, tout cela, tout comme pratiquer le contrôle les plus vexatoires sous forme de certifications, d’accréditations, de rapports, de révisions, etc., a une seule fonction : la mise en concurrence forcée des individus, des groupes ou des institutions au sein de la seule réalité à laquelle nous attribuons aujourd’hui un titre pour établir des valeurs, c’est-à-dire le marché, en l’occurrence le marché mondial de l’éducation et de la recherche, qui est une invention récente.

Là où les marchés n’existaient pas traditionnellement (éducation et recherche, mais aussi santé, sécurité, etc.), l’impératif était de les créer ou d’en simuler leur existence. La logique du marché concurrentiel s’est imposée comme un véritable commandement éthique, s’y opposer a signifié, pour les quelques personnes qui l’ont essayé, devoir se défendre contre les accusations d’inefficacité, d’irresponsabilité, de gaspillage de l’argent public, de défense des privilèges corporatistes et de castes. Le laissez-faire n’a pour autant pas triomphé : un « evaluative State » policier a opéré pour que cette logique soit intériorisée dans la conduite des études et des recherches, opérant une véritable déprofessionnalisation, qui a transformé les universitaires engagés dans leurs recherches en entrepreneurial researchers selon les diktats de la corporate university. Pour les gratifier, une précarité économique et existentielle qui se décline avec le nom d’excellence, le cadre aujourd’hui fonctionnel à un « darwinisme compétitif » explicitement théorisé et, grâce aussi à la couverture morale offerte par l’idéologie du mérite, rendu par abus de langage « normal ».

Beaucoup de gens pensent aujourd’hui que ce modèle de gestion des connaissances est toxique et non durable à long terme. Les dispositifs de mesure des performances et d’évaluation convertissent la recherche scientifique (le fait de demander pour savoir) en recherche d’un avantage concurrentiel (demander pour obtenir), mettant en danger la signification et le rôle de la connaissance pour la société. De plus en plus souvent aujourd’hui, les chercheurs écrivent et font des recherches pour atteindre un seuil de productivité plutôt que pour ajouter des connaissances à l’humanité : « Jamais auparavant dans l’histoire de l’humanité, autant de personnes ont écrit autant malgré ils aient si peu à dire à si peu de monde » (Alvesson et al., 2017). Ainsi, la recherche est fatalement condamnée à ne pas être pertinente, ce qui a pour effet de dissiper la reconnaissance sociale dont elle a bénéficié jusqu’à présent et de générer une profonde crise de confiance. Le temps est venu de procéder à un changement radical si l’on veut éviter l’implosion du système de la connaissance dans son ensemble. La bureaucratisation de la recherche et la managérialisation de l’enseignement supérieur risquent de devenir le Tchernobyl de notre modèle d’organisation sociale.

Ce dont on a besoin aujourd’hui, c’est réaffirmer les principes qui protègent le droit de l’ensemble de la société à un savoir, un enseignement et une recherche libres — afin de protéger le tissu même de la démocratie — et, pour cette raison, protéger ceux qui se consacrent à la connaissance. Ce qu’il faut, c’est un choix de domaine, capable de distinguer d’en bas ce qui résiste en tant que force critique, la capacité à discriminer, à distinguer ce qui ne peut plus être tenu ensemble : partage et excellence, liberté de recherche et néo-évaluation, formation de qualité et fourniture rapide de main- d’œuvre bon marché, libre accès à la connaissance et monopoles du marché.

Nous devons marquer un certain nombre d’étapes pour œuvrer dans ce sens.

S’il y a une adhésion préliminaire suffisante — disons en termes symboliques 100 personnes au début — nous organiserons bientôt une réunion pour réfléchir à des politiques radicalement alternatives en termes d’évaluation, de calendrier et de formes de production des connaissances.

Dans ce sens, nous organisons en juin une initiative qui coïncidera avec la prochaine conférence ministérielle du processus de Bologne, qui se tiendra cette année à Rome, afin de faire progresser avec force – en collaboration avec d’autres mouvements européens de chercheurs et d’universitaires (des contacts en ce sens sont déjà pris) – une refonte des politiques de la connaissance.

Valeria Pinto – Davide Borrelli – Maria Chiara Pievatolo – Federico Bertoni + 1300
https://www.roars.it/online/piu-1-000-firme-disintossichiamoci-un-appello-per-ripensare-le-politiche-della-conoscenza/

Pour adhérer : sapereperilfuturo@gmail.com en précisant l’institution d’affiliation.

Traduction française de Cristina del Biaggio
https://academia.hypotheses.org/16015

Let’s detoxify ourselves – Knowledge for the Future

"Economics are the methods. The object is to change the soul". Margaret Thatcher’s formula sums up well the process that characterized the policies of knowledge, education and research (but not only) in the last decades.

The economic method, the shortage as a normal condition, at the survival limit or below it, is visible to everyone. Also clearly visible, together with the financial one, is the bureaucratic strangulation. Less visible is the target. So deep is the change of our soul that we no longer even notice the destruction that has taken place around and through us: the paradox of the end - inside the "knowledge society" - of a world dedicated to the things of knowledge. Our very hearing has become accustomed to a programmatic linguistic devastation, where an impoverished technical-managerial and bureaucratic jargon reiterates expressions having a precise operational value, which however seems to be difficult to grasp: quality improvement, excellence, competence, transparency, research products, teaching provision... And autonomy, or - to take up Thomas Piketty's words - the imposture that initiated the process of destruction of the European university model. A destruction that has taken as a rhetorical pretext some faults - real and not - of the old university, but of course without remedying them, because its goal was not this one but another one.

Thirty years since the introduction of “autonomy”, twenty since the Bologna process, ten since the "Gelmini Act" (in Italy), the critical literature about this destruction is boundless. Research and teaching - it is a fact, although making it explicit seems a taboo - are no longer free. Research, subjected to senseless pressure that pushes us to "produce" more every year, with every turn more (in Italy VQR, ASN etc.), is in the grip of a real bubble of titles, which transforms an already fatal "publish or perish" into a "rubbish or perish". At the same time, pressure is exerted to "deliver" an education entirely modeled on the demands of the productive world. The modernization that programmatically tore the university away from every "ivory tower" - making it "responsive", "service university" - meant nothing but the way, the "third way", to the world of private interests. Emptied of their value, education and research are evaluated, that is to say "valued", through the market and the quasi-market of evaluation, which, in its best institutional capacity, serves only to "favor (...) the effect of social control and the development of positive market logic "(CRUI 2001).

Due to the imposition of this market logic, the freedom of research and teaching - although protected by art. 33 of the Italian Constitution - is now reduced to freedom of enterprise, submitted to a regime of production of useful knowledge (useful above all to increase private profit), which controls the ways, times and places of this production. An authoritarian management expropriates researchers and scholars of their own faculty of judgment. Criteria deprived from internal justification are smuggled as objective ones: numbers and measures that, everyone knows, have no scientific basis and do not guarantee in any respect the value and quality of knowledge. Pre-defining percentages of excellence and unacceptability, dividing with medians or prescribing thresholds, sorting in rankings, dividing magazines into ratings, all this, together with the most vexatious control practices in the form of certifications, accreditations, reports, reviews, etc., has only one function: the forced competition of individuals, groups or institutions within the only reality to which today the title to establish values is attributed, that is the market, in this case the global market of education and research, which it is a completely recent invention.

As a matter of fact, where traditionally the markets did not exist (education and research, but also health, safety and so on) the imperative was to create them or simulate their existence. The logic of the competitive market has established itself as a real ethical command, opposing which has meant, for the few who have tried it, having to defend themselves from accusations of inefficiency, irresponsibility, waste of public money, defense of corporate and caste privileges. Far from the triumph of laissez faire: a police “evaluative state” has worked to ensure that this logic is internalized in normal study and research practices, operating a real de-professionalisation, which has transformed scholars engaged in their research into compliant entrepreneurial researcher, obedient to the diktats of the corporate university. To gratify them they are offered an economic and existential precariousness that goes under the name of excellence: the functional framework to a "competitive Darwinism" that is explicitly theorized and, also thanks to the moral coverage offered by the ideology of merit, forcedly made normal.

Many now believe that this knowledge management model is toxic and unsustainable in the long term. The performance measurement and reward evaluation devices convert scientific research (asking for knowledge) into the search for competitive advantages (asking for obtaining), thus jeopardizing the meaning and role of knowledge for society. More and more today we write and do research to reach a productivity threshold rather than to add knowledge to humanity: "never before in the history of humanity have so many written so much despite having so little to say to so few" (Alvesson et al., 2017). In this way, research is fatally condemned to irrelevance, dispelling the social appreciation it has enjoyed so far and generating a deep crisis of trust. The time has come for a radical change if we want to avoid the implosion of the knowledge system as a whole. The bureaucratization of research and the managerialization of higher education risk becoming the Chernobyl of our model of social organization.

What is needed today is to reaffirm the principles that protect the right of all society to have free knowledge, teaching, research - to protect, that is, the very stuff of which a democracy is made - and for this reason to protect those who dedicate themselves to knowledge. A standpoint is needed to bring together what resists as a critical force, as the ability to discriminate, distinguish what cannot be held together: sharing and excellence, freedom of research and new evaluation, good higher education and rapid supply of low-cost workforce, free access to knowledge and market monopolies.

In this direction some stages are outlined.

The first one is an assessment of the actual existence and consistency of our field. A project cannot move forward unless a minimum mass of people willing to commit to it is reached. If there is an adequate preliminary adhesion - let's say 100 people in symbolic terms - we organize a meeting to discuss alternative policies about evaluation, times and forms of knowledge production, recruitment and organization.

Looking ahead, we carry out an initiative in June, concomitant with the next ministerial conference of the Bologna process, which will be held in Rome this year, with the aim of demanding - in conjunction with other European movements of researchers and scholars - a radical rethinking of knowledge policies.

Valeria Pinto Davide Borrelli Maria Chiara Pievatolo Federico Bertoni + 1300
https://www.roars.it/online/piu-1-000-firme-disintossichiamoci-un-appello-per-ripensare-le-politiche-della-conoscenza/

to join: sapereperilfuturo@gmail.com specifying the university you belong to.

Entgiften wir uns – Wissen für die Zukunft

“Economics are the methods. The object is to change the soul”. Diese Formel Margaret Thatchers spiegelt den Prozess der letzten Jahrzehnte im Bereich der Wissens-, der Bildungs-, und Forschungspolitik (wenn auch nicht nur in diesen Bereichen) gut wider.

Die Sparmethode, der Mangel als Normalzustand, der an oder unter der Überlebensgrenze liegt, ist sichtbar für alle. Ebenso sichtbar ist außer der finanziellen auch die bürokratische Strangulierung. Weniger sichtbar ist das Ziel. Unsere Gemüter haben sich derart verändert, dass wir nicht einmal mehr bemerken, was um uns herum und durch uns zerstört worden ist: das Paradox, dass eine dem Wissen gewidmete Welt – in einer Wissensgesellschaft – ihrem Ende zugeht. Auch das Ohr hat sich an eine programmatische Sprachverwüstung gewöhnt, wo der verarmte verwaltungstechnisch- bürokratische Jargon immer wieder auf eine Ausdrucksweise zurückgreift, die eine präzise operative Valenz hat, aber dennoch schwer zu fassen scheint: Qualitätssteigerung, Exzellenz, Kompetenz, Transparenz, Forschungsprodukte, Erteilung von Lehrinhalten... Und Autonomie, bzw. – um mit den Worten Thomas Pikettys zu sprechen – der Schwindel, der die Zerstörung des europäischen Universitätsmodells in Gang gesetzt hat. Eine Zerstörung, die gewisse – mehr oder weniger tatsächliche – Missstände der alten Universität rhetorisch zum Vorwand nahm, natürlich ohne sie abzuschaffen, denn nicht dies, sondern anderes war ihr Ziel.

Dreißig Jahre nach der Einführung der Autonomie, zwanzig Jahre nach dem Bologna-Prozess, zehn Jahre nach dem [in Italien] „Gelmini Gesetz“ gibt es eine unendliche Fülle von kritischen Abhandlungen zu diesem Thema. Lehre und Forschung sind seit langem nicht mehr frei – das ist eine Tatsache, aber es ist tabu, darüber zu sprechen. Es wird ein sinnloser Druck auf die Forschung ausgeübt, der sie dazu antreibt, jedes Jahr, bei jeder Runde (in Italien VQR, ASN, etc.) mehr zu „produzieren“. Die Forschung geht in einer regelrechten Titelflut unter, und das an sich schon letale publish or perish ist zu einem rubbish or perishgeworden. Gleichzeitig nimmt der Druck zu, eine Bildung zu „erteilen“, die gänzlich auf die Bedürfnisse der Wirtschaft abgestellt ist. Die Modernisierung, die die Universität programmatisch aus jedem „Elfenbeinturm“ gezerrt hat und sie „responsive“ und zur „service university“ machte, war nichts anderes als das Bemühen, einen Weg – den „dritten Weg“ – in die Welt der Privatinteressen einzuschlagen. Lehre und Forschung, ihrer Werte entleert, werden bewertet, besser „aufgewertet“ durch den Markt und den Quasi-Markt der Evaluierung, der in seiner besten institutionellen Form zu nichts weiter dient, als „den sozialen Kontrolleffekt und die Entwicklung einer positiven Marktlogik zu fördern“ (CRUI [Italienische Rektorenkonferenz], 2001).

Gerade weil diese Marktlogik sich durchgesetzt hat, ist die Freiheit von Lehre und Forschung (die zwar durch Art. 33 der Italienischen Verfassung garantiert ist) inzwischen zur Unternehmensfreiheit geworden. Das Modell, dem sie sich anpassen soll, ist ein Regime, das von ihr verlangt, nützliche (vor allem dem privaten Profit nützliche) Kenntnisse zu vermitteln und das in einem autoritären Management vorschreibt, wie, wann und wo dies zu geschehen hat. Auf diese Weise wird den Forschenden und Studierenden ihr eigenes Urteilsvermögen abgesprochen und angeblich objektiven Kriterien unterworfen, die keine innere Rechtfertigung haben. Es handelt sich um Zahlen und Maßnahmen, die, wie jeder weiß, nichts Wissenschaftliches haben und keinerlei Garantie für Wert und Qualität des Wissens bieten. Es werden Prozentsätze der Exzellenz und der Zurückstufung vorgegeben, Aufspaltungen über Mittelwerte vorgenommen, Schwellen gesetzt und Klassifizierungen eingerichtet, die Zeitschriften unterliegen einem Rating-System, es gibt die verschiedensten schikanösen Kontrollformen, wie Zertifizierungen, Akkreditierungsverfahren, Rechenschaftspflicht, Überprüfungen, Revisionen usw., und all das hat nur die eine Funktion, und zwar eine Konkurrenz zu erzwingen zwischen den Individuen, Gruppen oder Institutionen, die auf dem einzigen Gebiet tätig sind, dem heute das Recht zugesprochen wird, Werte zu bestimmen, nämlich dem Markt, in unserem Fall dem globalen Bildungs- und Forschungsmarkt, der eine Erfindung der allerjüngsten Zeit ist.

Dort, wo nämlich traditionsgemäß kein Markt vorhanden war (Bildung, Forschung, aber auch Gesundheits- sowie Sicherheitswesen und ähnliches) lautete der Imperativ, einen solchen zu schaffen oder dessen Existenz vorzutäuschen. Die Marktlogik der Konkurrenz hat sich geradezu als ethisches Gebot etabliert, dem sich zu widersetzen für die wenigen, die es gewagt haben, bedeutete, dass man ihnen Ineffizienz, Unverantwortlichkeit, Verschwendung öffentlicher Gelder und die Inanspruchnahme von korporativen und Kastenprivilegien zum Vorwurf machte. Das ist alles andere als ein Siegeszug des laissez faire: ein polizeiähnlicher „evaluative State“ hat darauf hingewirkt, dass diese Logik in allen normalen Studien- und Forschungstätigkeiten verinnerlicht wurde und dass eine regelrechte Ent-Professionalisierung stattfand, die aus engagierten Forschern entrepreneurial researcher machte, die mit den Vorgaben der corporate universitykonform gingen. Die Gegenleistung besteht in einer wirtschaftlichen und existenziellen Prekarität, die unter dem Namen Exzellenz läuft, und den funktionellen Rahmen für ein „darwinistisches Konkurrenzsystem“ bildet, das ausdrücklich theoretisch untermauert, auch dank der moralischen Stützung durch die Meritokratie notgedrungen zur Normalität wurde.

Dieses Verwaltungsmodell des Wissens wird von vielen als Gift gesehen und auf lange Sicht als unhaltbar beurteilt. Die Verfahren der Leistungsmessung und Prämierung gestalten die wissenschaftliche Forschung (das Fragen, um zu wissen) in die Suche nach Wettbewerbsvorteilen um (das Fragen, um zu bekommen), bis wir so weit sind, dass der Sinn und die Rolle des Wissens für die Gesellschaft aufs Spiel gesetzt werden. Immer öfter wird heutzutage geschrieben und geforscht, um eine Produktivitätsschwelle zu erreichen, statt vielmehr die Menschheit um Kenntnisse zu bereichern: „Nie zuvor in der Geschichte haben so viele Menschen so viel geschrieben, obwohl sie so wenig zu sagen haben“ (Alvesson u.a., 2017). Auf diese fatale Weise wird die Forschung zur Bedeutungslosigkeit verurteilt, die soziale Anerkennung, die sie bisher genossen hat, geht verloren und macht einer tiefen Vertrauenskrise Platz. Der Moment einer radikalen Wende ist gekommen, wenn die Implosion des Wissenssystems in seiner Gesamtheit verhindert werden soll. Die Bürokratisierung der Forschung und die „Managerisierung“ der höheren Ausbildungsgänge laufen die Gefahr, zum Tschernobyl unseres Gesellschaftsmodells zu werden.

Was es heute braucht, ist die Besinnung auf die Grundsätze, die der gesamten Gesellschaft das Recht auf Wissen, auf Unterricht und auf freie Forschung garantieren, die also für das Wesen selbst der Demokratie und damit für diejenigen bürgen, die sich dem Wissen widmen. Es gilt, Partei zu ergreifen, damit von der Basis her das gerettet wird, was an Kritik- und Unterscheidungsfähigkeit übrig geblieben ist und das zu erkennen, was nicht zusammengehalten werden kann: Gemeinsamkeit und Exzellenz, freie Forschung und Neoevaluierung, gute Ausbildung und schnelle Versorgung mit billiger Arbeitskraft, freier Zugang zum Wissen und Marktmonopole.

In dieser Richtung lassen sich einige Zwischenziele ausmachen.

Das erste ist, sich darüber klarzuwerden, wie viele wir tatsächlich sind. Man kann kein Projekt vorantreiben, wenn es nicht eine Mindestzahl von Personen gibt, die bereit sind, sich zu engagieren. Wenn sich im Vorfeld eine angemessene Gruppe unseren Vorstellungen anschließt, sagen wir für den Anfang symbolisch 100 Personen, organisieren wir kurzfristig ein Treffen, um über Verfahren zu diskutieren, die in Hinsicht auf Evaluierung, Zeiten und Formen der Wissensproduktion, Rekrutierung und Organisation eine radikale Wende darstellen.

Vorausschau: für Juni ist eine Initiative geplant, die gleichzeitig mit der nächsten Ministerialkonferenz zum Bologna-Prozess stattfindet, die dieses Jahr in Rom tagen soll. Unser Ziel ist, gemeinsam mit anderen europäischen Bewegungen von Forschern und Studierenden (die entsprechenden Kontakte bestehen bereits) ein Umdenken in der Wissenspolitik zu bewirken.

Valeria Pinto - Davide Borrelli - Maria Chiara Pievatolo - Federico Bertoni + 1300
https://www.roars.it/online/piu-1-000-firme-disintossichiamoci-un-appello-per-ripensare-le-politiche-della-conoscenza/

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Wir danken Maria Böhmer und Daniel Elon für die Übersetzung

Desintoxiquémonos – Un saber para el futuro

“Economics are the methods. Theobjectistochangethesoul”. Esta frase de Margaret Thatcher resume bien el proceso que se ha producido en estas últimas décadas en el terreno de las políticas educativas, universitarias y de investigación (aunque no únicamente en estos terrenos).

El método económico, -que propugna la escasez como norma, casi al límite de la condición de supervivencia- es algo conocido por todos. También lo es la asfixia burocrática y financiera. Sin embargo, el objetivo que cumplen estos procesos no resulta tan evidente. El cambio en las conductas es tan profundo que ya no nos damos cuenta ni siquiera de la destrucción que se ha producido en nuestro entorno y en nosotros mismos. Vivimos, paradójicamente, en un mundo donde declina el conocimiento, justo en una época que llamamos “sociedad del conocimiento”. Incluso nuestros oídos se han acostumbrado a una sistemática devastación lingüística, en la cual una empobrecedora jerga de gestión burocrática reitera expresiones con un supuesto valor operativo cuyo sentido, sin embargo, es difícil de entender: mejora de la calidad, excelencia, competencia, transparencia, producción de investigación, gestión de la didáctica…y autonomía, o –por retomar las palabras de Thomas Piketty: la impostura ha emprendido el proceso de destrucción del modelo europeo de universidad. Una destrucción que ha tomado como excusa la solución de ciertos problemas –reales o no- de la vieja universidad, pero no para solucionarlos, ya que no era este su objetivo, sino otro bien distinto.

Casi a treinta años de la introducción de la autonomía universitaria, a veinte del proceso de Bolonia, a diez de la “Ley Gelmini”, se ha escrito un sinfín de literatura crítica sobre este proceso de destrucción. Es un hecho evidente, aunque parece tabú mencionarlo, que la libertad docente e investigadora han entrado en declive desde hace un tiempo. Sometida a una insensata presión (por parte de las agencias de calidad y evaluación de la investigación) que apremia a “producir” cada año más, cada vez más, la investigación está atrapada en una verdadera burbuja de publicaciones que transforma el ya fatídico publishorperish en un ulterior rubbishorperish. Al mismo tiempo, continúa la presión de “administrar” una formación totalmente ajustada a las demandas del mundo empresarial.

El programa sistemático de modernización que ha bajado a la universidad de su torre de marfil –convirtiéndola en “responsive”, "service university”- no ha significado otra cosa que la vía, la “tercera vía”, que la encamina a satisfacer los intereses del sector privado. Vaciadas de su valor, la enseñanza y la docencia son valoradas, podría decirse “valorizadas”, mediante el mercado y el cuasi-mercado de la evaluación, que, con sus mejores ropajes institucionales no sirve para otra cosa que para “favorecer el efecto de control social y de desarrollo de lógicas mercantiles”. (CRUI - Conferencia de los Rectores de las Universidades Italianas 2001).

Realmente, gracias a la imposición de estas lógicas de mercado, la libertad de investigación y docencia, -aunque protegidas por el art. 33 de la Constitución- ahora se reducen a la libertad de empresa.El régimen al que deben someterse es el de producir conocimiento útil (sobre todo, para aumentar el beneficio privado), que controla las formas, tiempos y lugares de esta producción, de acuerdo con una gestión autoritaria que llega a expropiar a los investigadores y académicos de su facultad de juicio, ahora sujeta a criterios sin ninguna justificación interna que se hacen pasar por objetivos. Estos toman la forma de cifras y medidas que, todo el mundo sabe, no tienen nada de científico, ni son garantía del valor y la calidad del conocimiento. Fijar percentiles de excelencia, establecer umbrales, calcular medianas, crear clasificaciones de revistas, a esto se le suman las prácticas de control más irritantes en forma de certificaciones, acreditaciones, informes, revisiones, etc., con una única función: forzar a individuos, grupos e instituciones a competir en ventaja de la única institución a la que hoy se le otorga el derecho a fijar el valor: el mercado. En este caso, el mercado global de la educación y la investigación, que ha sido inventado en estos últimos tiempos.

En los sectores donde tradicionalmente no existían los mercados (educación e investigación y también salud, protección social, etc.), el imperativo ha sido crearlos o simular su existencia. La lógica del mercado competitivo se ha establecido como un verdadero mandato ético incuestionable, oponerse a ella significa ser acusado de ineficiencia, irresponsabilidad, derroche de dinero público o de defender privilegios corporativos. Esta lógica se ha impuesto mediante un “evaluative state” policial que ha trabajado para garantizar que dicha lógica se internalice en las prácticas normales de estudio e investigación, operando una verdadera desprofesionalización, que ha transformado a los investigadores en emprendedores adaptados a los preceptos de la universidad corporativa. Como recompensa, estos investigadores han obtenido una precariedad económica y existencial que se conoce con el nombre de excelencia, un marco funcional para el actual “darwinismo competitivo", acompañado, además, por la ideología meritocrática que se ha normalizado a la fuerza.

Son muchos los que piensan que este modelo de gestión del conocimiento es tóxico e insostenible a largo plazo. Los dispositivos de medición del rendimiento y de evaluación de recompensas convierten la investigación científica (la pregunta por el saber) en la búsqueda de una superioridad competitiva (la obtención de ventajas), poniendo en peligro el significado y el papel del conocimiento para la sociedad. Cada vez más, hoy escribimos e investigamos para alcanzar un umbral de productividad en lugar de agregar conocimiento a la humanidad: "nunca antes en la historia de la humanidad, tantos han escrito tanto a pesar de tener tan poco que decir a tan pocos" (Alvesson et al., 2017).De esta manera, la investigación está condenada fatalmente a la irrelevancia, disipando el reconocimiento social que ha disfrutado hasta ahora y generando una profunda crisis de confianza. Ha llegado el momento de un cambio radical si queremos evitar la implosión del sistema de conocimiento en su conjunto. La burocratización de la investigación y la educación superior managerializada se convierten en el Chernobyl de nuestro modelo de organización social.

Por lo tanto, lo que se necesita hoy es reafirmar los principios que protegen el derecho de toda sociedad a tener libre conocimiento, enseñanza e investigación (es decir, proteger el tejido mismo del que está hecha una democracia) y, por esta razón, proteger a quienes se dedican al conocimiento. Necesitamos establecer preferencias, que posibiliten de articular desde la base las resistencias críticas con capacidad para deslindar lo que se puede o no se puede mantener unido: conocimiento común y compartido o excelencia, libertad de investigación o nueva evaluación de resultados, formación de estudiantes con sentido o suministro rápido de mano de obra de bajo costo, libre acceso al conocimiento o monopolios de saber mercantil.

En esta línea se perfilan algunas etapas.

La primera es una verificación de la existencia real y de la consistencia de este campo. Un proyecto no puede avanzar a menos que se alcance una masa mínima de personas dispuestas a comprometerse con él.

Si hay una adhesión preliminar adecuada, -digamos, en términos simbólicos, que reúna a 100 personas, podría organizarse una reunión para razonar sobre políticas radicalmente alternativas en términos de evaluación, tiempos y formas de producción de conocimiento, reclutamiento y organización.

De cara al futuro, en junio de 2020 se celebrará un encuentro en Roma -que se hará coincidir con la próxima conferencia ministerial del proceso de Bolonia- para avanzar con fuerza, junto con otros movimientos europeos de investigadores y académicos (ya existen contactos en este sentido) hacia un replanteamiento de las políticas de conocimiento.

Valeria Pinto - Davide Borrelli - Maria Chiara Pievatolo - Federico Bertoni + 1300
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Disintossichiamoci - Sapere per il futuro

“Economics are the methods. The object is to change the soul”. Riferita alle politiche della conoscenza, istruzione e ricerca (ma non soltanto), questa formula di Margaret Thatcher ben riassume il processo che ha contraddistinto gli ultimi decenni.

Il metodo economico, la penuria come condizione normale, al limite o al di sotto del limite della sopravvivenza, è visibile a tutti. Anche ben visibile, insieme a quello finanziario, è lo strangolamento burocratico. Meno visibile l’obiettivo. Il cambiamento degli animi è così profondo che non ci accorgiamo nemmeno più della distruzione compiutasi intorno e attraverso di noi: il paradosso della fine – nella “società della conoscenza” – di un mondo dedicato alle cose della conoscenza. Anche l’udito si è assuefatto a una programmatica devastazione linguistica, dove un impoverito gergo tecnico-gestionale e burocratico reitera espressioni dalla precisa valenza operativa, che però sembra essere difficile cogliere: miglioramento della qualità, eccellenza, competenza, trasparenza, prodotti della ricerca, erogazione della didattica... E autonomia, ovvero – per riprendere le parole di Thomas Piketty – l’impostura che ha avviato il processo di distruzione del modello europeo di università. Una distruzione che ha assunto come pretesto retorico alcuni mali – reali e no – della vecchia università, ma naturalmente senza porvi rimedio, perché non questo ma altro era il suo l’obbiettivo.

A trenta anni appunto dall’introduzione dell’autonomia, a venti dal processo di Bologna, a dieci dalla “Legge Gelmini”, la letteratura critica su questa distruzione è sconfinata. Ricerca e insegnamento – è un fatto, eppure sembra un tabù esplicitarlo – da tempo non sono più liberi. Sottoposta a una insensata pressione che incalza a “produrre” ogni anno di più, a ogni giro (da noi VQR, ASN ecc) di più, la ricerca è in preda a una vera e propria bolla di titoli, che trasforma sempre più il già esiziale publish or perish in un rubbish or perish. Nello stesso tempo, è continua la pressione ad “erogare” una formazione interamente modellata sulle richieste del mondo produttivo. La modernizzazione che ha programmaticamente strappato l’università via da ogni “torre di avorio” – facendone “responsive”, “service university” – ha significato non altro che la via, la “terza via”, verso il mondo degli interessi privati. Svuotate del loro valore, istruzione e ricercasono valutate, vale a dire “valorizzate” tramite il mercato e il quasi-mercato della valutazione, che, nella sua migliore veste istituzionale, non serve ad altro che «a favorire (...) l’effetto di controllo sociale e di sviluppo di positive logiche di mercato» (CRUI 2001).

Proprio grazie all’imporsi di queste logiche di mercato, la libertà di ricerca e di insegnamento – sebbene tutelata dall’art. 33 della Costituzione – è ridotta oramai a libertà di impresa. Il modello al quale le è richiesto sottomettersi è un regime di produzione di conoscenze utili (utili anzitutto a incrementare il profitto privato), che comanda modi tempi e luoghi di questa produzione, secondo un management autoritario che arriva ad espropriare ricercatori e studiosi della loro stessa facoltà di giudizio, ora assoggettata a criteri privi di interna giustificazione contrabbandati per oggettivi. Si tratta di numeri e misure che di scientifico, lo sanno tutti, non hanno nulla e nulla garantiscono in termini valore e qualità della conoscenza. Predefinire percentuali di eccellenza e di inaccettabilità, dividere con mediane o prescrivere soglie, ordinare in classifiche, ripartire in rating le riviste, tutto questo, insieme alle più vessatorie pratiche di controllo sotto forma di certificazioni, accreditamenti, rendicontazioni, riesami, revisioni ecc., ha un’unica funzione: la messa in concorrenza forzata di individui gruppi o istituzioni all’interno dell’unica realtà cui oggi si attribuisce titolo per stabilire valori, ossia il mercato, in questo caso il mercato globale dell’istruzione e della ricerca, che è un’invenzione del tutto recente.

Là dove infatti tradizionalmente i mercati non esistevano (istruzione e ricerca, ma anche sanità, sicurezza e così via), l’imperativo è stato quello di crearli o di simularne l’esistenza. La logica del mercato concorrenziale si è imposta come vero e proprio comando etico, opporsi al quale ha comportato, per i pochi che vi hanno provato, doversi difendere da accuse di inefficienza, irresponsabilità, spreco di danaro pubblico, difesa di privilegi corporativi e di casta. Tutt’altro che il trionfo del laissez faire: un “evaluative State” poliziesco ha operato affinché questa logica venisse interiorizzata nelle normali pratiche di studio e ricerca, operando una vera e propria deprofessionalizzazione, che ha trasformato studiosi impegnati nella loro ricerca in entrepreneurial researcher conformi ai diktat della corporate university. A gratificarli una precarietà economica ed esistenziale che va sotto il nome di eccellenza, la cornice oggi funzionale a un “darwinismo concorrenziale” esplicitamente teorizzato e, anche grazie alla copertura morale offerta dall’ideologia del merito, reso forzatamente normalità.

Sono in molti ormai a ritenere che questo modello di gestione della conoscenza sia tossico e insostenibile a lungo termine. I dispositivi di misurazione delle performance e valutazione premiale convertono la ricerca scientifica (il chiedere per sapere) nella ricerca di vantaggi competitivi (il chiedere per ottenere), giungendo a mettere a rischio il senso e il ruolo del sapere per la società. Sempre più spesso oggi si scrive e si fa ricerca per raggiungere una soglia di produttività piuttosto che per aggiungere una conoscenza all’umanità: “mai prima nella storia dell'umanità tanti hanno scritto così tanto pur avendo così poco da dire a così pochi” (Alvesson et al., 2017). In questo modo la ricerca si condanna fatalmente all’irrilevanza, dissipando il riconoscimento sociale di cui finora ha goduto e generando una profonda crisi di fiducia. È giunto il momento di un cambiamento radicale, se si vuole scongiurare l’implosione del sistema della conoscenza nel suo complesso. La burocratizzazione della ricerca e la managerializzazione dell’istruzione superiore rischiano di diventare la Chernobyl del nostro modello di organizzazione sociale.

Quel che serve oggi è quindi riaffermare i principi che stanno a tutela del diritto di tutta la società ad avere un sapere, un insegnamento, una ricerca liberi – a tutela, cioè, del tessuto stesso di cui è fatta una democrazia – e per questo a tutela di chi si dedica alla conoscenza. Serve una scelta di campo, capace di rammagliare dal basso quello che resiste come forza critica, capacità di discriminare, distinguere quello che non si può tenere insieme: condivisione ed eccellenza, libertà di ricerca e neovalutazione, formazione di livello e rapida fornitura di forza lavoro a basso costo, accesso libero al sapere e monopoli del mercato.

In questa direzione si delineano alcune tappe.

La prima è una verifica dell’effettiva sussistenza e consistenza di questo campo. Un progetto non può avanzare se non si raggiunge una massa minima di persone disposte ad impegnarvisi.

Se c’è un’adeguata adesione preliminare – diciamo in termini simbolici 100 persone per partire – organizziamo un incontro a breve per ragionare su politiche radicalmente alternative in fatto di valutazione, tempi e forme della produzione del sapere, reclutamento e organizzazione.

In prospettiva, realizziamo a giugno un’iniziativa in concomitanza con la prossima conferenza ministeriale del processo di Bologna, che quest’anno si tiene a Roma, per avanzare con forza – in raccordo con altri movimenti europei di ricercatori e studiosi (già sussistono contatti in questo senso) – un ripensamento delle politiche della conoscenza.

Valeria Pinto Davide Borrelli Maria Chiara Pievatolo Federico Bertoni + 1300
https://www.roars.it/online/piu-1-000-firme-disintossichiamoci-un-appello-per-ripensare-le-politiche-della-conoscenza/

per adesioni: sapereperilfuturo@gmail.com specificando l’università di appartenenza